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L’eco della pioggia

Da giorni la pioggia non smetteva di cadere.
Non violenta, non rumorosa — solo insistente, come un pensiero che non trova pace.
Chiara restava spesso alla finestra, le mani strette intorno a una tazza di tè ormai freddo, lo sguardo perso tra le gocce che si rincorrevano sul vetro come frasi non dette.
Da quando lui se n’era andato, la casa era rimasta sospesa, come se avesse dimenticato di respirare.

Era un’assenza silenziosa, la sua. Nessun litigio, nessuna lettera, nessuna spiegazione.
Solo il vuoto improvviso — un mattino, il suo profumo era sparito dal cuscino.
E da allora, Chiara si era abituata a vivere a metà: tra il desiderio di dimenticare e la paura che il ricordo, una volta sbiadito, la lasciasse davvero sola.

Quella sera la luce andava e veniva, come se anche l’elettricità esitasse a restare.
Fu allora che sentì bussare. Tre colpi lievi, quasi educati.
Chiara non aspettava nessuno. Si avvicinò alla porta con un misto di esitazione e curiosità.
Aprì, ma non c’era nessuno. Solo l’odore umido dell’asfalto e un refolo d’aria fredda che le sfiorò il viso.
Sulla soglia, un piccolo pacchetto avvolto in carta grigia.
Nessun nome, nessun mittente. Solo un nastro azzurro, lo stesso colore della camicia che lui indossava l’ultima volta che lo aveva visto.

Lo prese tra le mani, lo portò dentro, lo posò sul tavolo.
Per qualche istante lo guardò senza toccarlo, come si osserva qualcosa che si teme di rompere o di capire troppo presto.
Poi sciolse lentamente il nastro. Dentro c’era una chiave. Una chiave antica, di ferro scuro, leggermente ossidata.
Sul cartoncino allegato, poche parole: “Non tutto ciò che chiudiamo smette di esistere.”

Il cuore le batté forte, ma non di paura. Era come se quella frase parlasse non a lei, ma alla parte di sé che non aveva mai smesso di aspettare.
Non sapeva da dove venisse quella chiave, né a quale porta appartenesse.
Provò a immaginare: un vecchio baule, una casa abbandonata, forse un cassetto del passato che qualcuno — o qualcosa — voleva che aprisse.

Trascorse la notte sveglia, seduta al tavolo, la chiave tra le dita.
Fuori la pioggia riprese, ma ora sembrava meno ostile.
Le parve di sentire, tra un tuono e l’altro, un suono lontano — un passo, forse, o un respiro che conosceva.
Si voltò, ma non c’era nessuno. Solo il riflesso del suo volto nel vetro, e dietro di lei, per un istante, l’ombra di qualcuno che sembrava sorriderle.

Non si mosse. Rimase immobile, ad ascoltare.
Poi, piano, sorrise anche lei.
E per la prima volta da mesi, si accorse che la casa respirava di nuovo.