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LETTERA APERTA ALLE SCUOLE

Sui fatti di Borgetto e sulla fragile infanzia che stiamo perdendo

Alle dirigenti e ai dirigenti,
Alle docenti e ai docenti,
Alle famiglie,
A tutta la comunità educante.

La quiete di un piccolo paese del nostro hinterland è andata in frantumi come i cristalli delle finestre di un convento preso di mira da alcuni ragazzini al di sotto dei quattordici anni. Nel cuore di Borgetto, in provincia di Palermo, in una notte recente si è consumata una ferita che vibra ancora sulle pareti dell’istituto religioso e nella coscienza collettiva. Vetri infranti. Silenzio squarciato. Bambini — sì, bambini — che lanciano sassi contro un convento di suore. Poco prima, forse, avevano tentato di appiccare il fuoco alle palme vicine. Il movente? “La noia”. Così dicono le indagini. Un crimine che non ha attenuanti, non ha scuse, non ha tempo.

Il danno non è solo materiale: è il vetro che cade, è la notte che urla, è la consapevolezza amarissima che l’infanzia — quella stessa infanzia che dovrebbe essere promessa di luce — può trasformarsi in strumento di distruzione. Colpire un convento non significa solo rompere una finestra: significa sfregiare un luogo di cura, di accoglienza, di fede; significa tradire la fiducia di un’intera comunità che ancora crede nella bontà, nel rispetto, nella gentilezza. La noia non è una scusa: è un campanello d’allarme. È il segnale che qualcosa, nella crescita, nella guida e nella cura delle nuove generazioni, si è incrinato profondamente.

E allora una domanda ci interpella oggi, tutti — famiglie, scuole, istituzioni, cittadini — nessuno escluso: che futuro stiamo dando ai nostri figli se permettiamo che il loro tempo sia vuoto, senza guida, senza radici? Se offriamo loro solo giorni da consumare, senza progetto, senza valori?

Il convento colpito appartiene a un istituto che da decenni offre alla comunità istruzione, assistenza, ascolto. Una finestra rotta è niente rispetto a ciò che si spezza dentro: la sicurezza, la fiducia, il senso di comunità. Per questo serve una risposta collettiva, forte e unanime. Non bastano le denunce, non basta condannare, non basta indignarsi. Serve che le famiglie si interroghino sui valori trasmessi, sulle attenzioni date, sulle parole taciute, sugli abbracci negati, sul tempo sottratto ai figli da telefoni, stanchezze, distrazioni.

Accanto alla famiglia c’è una seconda grande casa: la scuola. Una scuola che non può più limitarsi a istruire, ma che deve educare, ascoltare, accogliere. Una scuola capace di mettersi in gioco, di rinnovarsi, di farsi ponte tra le fragilità dei bambini e le tempeste degli adolescenti. Una scuola che sappia innalzarsi fino a raggiungere la delicatezza dell’animo dei più piccoli e la complessità dei giovani che cercano, tra dubbi e paure, la strada per diventare gli uomini e le donne di domani. La scuola è esempio, empatia, presenza, rispetto, delicatezza. È un luogo dove la crescita prende forma e dove ogni ragazzo è un mondo che si apre, una promessa che ci viene affidata. È fondamentale che le scuole sentano la loro importanza in questo processo, perché senza il loro contributo nessuna società può dirsi davvero educante.

Se oggi la “noia” diventa motore di gesti che feriscono, allora dobbiamo riempire quella noia di senso: dialogo, creatività, attività condivise, affetto, ascolto. Dobbiamo costruire per i nostri figli spazi luminosi, pieni di significato, dove possano sentirsi visti, accolti, compresi. E quei ragazzini — anche se minorenni — vanno guardati con verità: vittime, sì, ma anche autori di un gesto che non può essere liquidato come “ragazzata”. La noia non giustifica il disprezzo. Il vuoto non si colma con la violenza.

Facciamo allora che il loro spazio vuoto diventi spazio di amore e di progetto: una tavola attorno a cui si parla, una passeggiata condivisa, un hobby da costruire insieme, un gesto di tenerezza, una parola che sostiene. Perché i nostri figli non chiedono molto: chiedono tempo, attenzione, direzione, mani che non tremano, cuori che non fuggono.

Armiamo le mani dei nostri figli non di sassi, ma di amore, compassione, empatia. Solo così il buio sarà trafitto dalla luce che deve guidare le nuove generazioni. Perché in loro — e solo in loro — c’è la ricompensa della nostra stanca vecchiaia. Amateli senza stancarvi. Posate le contese. Abbandonate le distrazioni. E concentratevi su ciò che davvero conta: i giovani. Amateli senza riserve.

Concludo parafrasando Socrate:
«L’Amore è attraente: amate, e l’Amore tornerà indietro.»