Ottantadue nomi non sono una sentenza
Tra Partinico e Borgetto si parla di certificati falsi, graduatorie, permessi, cittadinanze.
Ottantadue persone hanno ricevuto un avviso di conclusione delle indagini.
Ottantadue nomi.
Nella cronaca compaiono figure note e meno note. Si parla di presunti ruoli organizzativi, di tipografie, di ricariche Postepay, di un sistema che l’accusa ritiene strutturato. Si parla di arresti richiesti e non concessi. Si parla di cifre stimate e di provvedimenti respinti.
Ma un’indagine non è una condanna.
Un nome stampato non è una colpa accertata.
E soprattutto:
un nome non è mai solo.

Dietro ogni nome c’è una famiglia.
Ci sono figli che leggono.
Ci sono occhi innocenti che non conoscono le carte processuali ma conoscono il peso degli sguardi.
Ci sono genitori anziani che non distinguono tra “indagato” e “colpevole”.
Ci sono persone che, se innocenti, rischiano di diventare vittime due volte: prima di una eventuale frode, poi della pubblica accusa.
Perché la piazza non aspetta.
La piazza etichetta.
Ottantadue nomi finiscono nello stesso elenco e diventano un’unica parola: colpevoli.
Ma la giustizia non funziona così.
In quella lista convivono posizioni diverse, ruoli differenti, responsabilità tutte da accertare. Confondere è facile. Distinguere è un atto di maturità.
La società, in questo momento, ha un compito altissimo:
attendere.
Attendere non è debolezza.
È civiltà.
Non giudicare prima del tribunale.
Non trasformare un sospetto in una sentenza.
Non cedere alla tentazione di sentirsi moralmente superiori.
Se ci sono responsabilità, emergeranno.
Se qualcuno ha costruito un sistema illecito, ne risponderà.
Se vi sono state complicità, saranno accertate.
Ma il processo si celebra nelle aule, non nei gruppi WhatsApp.
La verità si costruisce con le prove, non con le impressioni.
Leggere tra le righe significa anche questo:
riconoscere che la cronaca racconta l’accusa, non la conclusione.
In tempi in cui tutto corre e tutto brucia, forse la vera prova per una comunità non è indignarsi.
È sapersi fermare.
Ottantadue nomi non sono una sentenza.
Sono una responsabilità collettiva.
La responsabilità di non diventare noi stessi giudici sommari.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
