Trump contro il Wall Street Journal: la causa miliardaria si sgretola in tribunale
Il giudice respinge l’accusa di diffamazione: “Nessuna malizia dimostrata”
Un colpo legale pesante, e per molti inatteso: la causa miliardaria intentata da Donald Trump contro il Wall Street Journal è stata respinta da un giudice federale americano. Una decisione che segna un punto fermo in uno dei fronti più delicati della politica contemporanea: il rapporto tra potere e informazione.
Trump aveva chiesto fino a 10 miliardi di dollari di risarcimento, accusando il quotidiano di diffamazione per aver pubblicato un articolo su una presunta lettera inviata a Jeffrey Epstein, contenente anche un disegno a sfondo sessuale che il presidente ha sempre definito falso. (New York Post)
La sentenza: manca la “malizia”
Il nodo centrale della decisione è tecnico, ma decisivo: per vincere una causa per diffamazione negli Stati Uniti, un personaggio pubblico deve dimostrare la cosiddetta “actual malice”, cioè che il giornale ha pubblicato informazioni false sapendo che lo erano, oppure ignorando consapevolmente la verità.
Secondo il giudice, questo elemento non è stato provato. Il Wall Street Journal aveva infatti:
- contattato Trump prima della pubblicazione
- riportato anche la sua smentita
- verificato le informazioni con fonti istituzionali
Elementi sufficienti a escludere una volontà deliberata di diffamare. (Reuters)
Non è finita: possibile nuovo ricorso
La causa non è definitivamente chiusa. Trump ha ottenuto la possibilità di ripresentare il ricorso entro poche settimane, introducendo nuove prove. (The Guardian)
Ma il segnale politico è già forte: la strategia legale contro i media, portata avanti negli ultimi anni con più azioni giudiziarie contro diverse testate, incontra un limite preciso nel sistema giudiziario americano. (MarketScreener Italia)
Uno scontro più grande della causa
Questa vicenda va oltre il singolo caso giudiziario. È il riflesso di uno scontro strutturale:
da una parte il potere politico che accusa i media di distorsione, dall’altra il giornalismo che rivendica il diritto di indagare e pubblicare anche contenuti scomodi.
Negli Stati Uniti, questo equilibrio è protetto da uno standard molto severo proprio per evitare che le cause per diffamazione diventino strumenti di pressione contro la stampa.
La posta in gioco
Il caso Trump–Wall Street Journal pone una questione che riguarda tutte le democrazie:
fino a che punto un leader può contestare l’informazione senza mettere in discussione la libertà di stampa?
La risposta, almeno per ora, arriva dai tribunali:
non basta dire che una notizia è falsa. Bisogna dimostrare che è stata pubblicata con l’intenzione di ingannare.
E questa prova, nel caso specifico, non c’è stata.
Fonte: Il Post

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
