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Quando finisce la difesa e comincia la giustizia

Ci sono notizie che dividono l’opinione pubblica prima ancora che venga letta una sola riga della sentenza.

È accaduto anche con la decisione definitiva della Corte di Cassazione sul caso del gioielliere Mario Roggero. Per molti è la dimostrazione che in Italia la giustizia protegga più i delinquenti delle vittime. Per altri è la conferma che lo Stato di diritto debba sempre prevalere sulla vendetta.

Ma le cose, come spesso accade, sono molto meno semplici di come appaiono sui social.

Per comprenderle bisogna fare un passo indietro.

Bisogna entrare, almeno con l’immaginazione, dentro quella gioielleria.

Immaginiamo un uomo che lavora nel proprio negozio. Entrano dei rapinatori armati. Le pistole vengono puntate contro di lui. Contro la sua famiglia. In pochi secondi tutto cambia.

Chiunque abbia anche solo immaginato una situazione simile sa che la paura non è un’emozione normale.

È un’esplosione.

Il cuore accelera, il respiro cambia, il cervello smette di ragionare con lucidità e lascia spazio all’istinto di sopravvivenza.

È questa la prima verità che non dovremmo mai dimenticare.

Nessuno può sapere con certezza come reagirebbe trovandosi con una pistola puntata contro il volto.

Per questo è facile comprendere lo stato di esasperazione di quel gioielliere.

Comprendere, però, non significa automaticamente giustificare qualsiasi comportamento.

Ed è proprio qui che nasce il cuore dell’intera vicenda.

Molti hanno raccontato questa storia come se un uomo fosse stato condannato per essersi difeso da una rapina.

Non è così.

La condanna non riguarda la reazione durante l’aggressione.

Riguarda ciò che è accaduto dopo.

Secondo quanto ricostruito nei processi, i rapinatori stavano ormai fuggendo. Il pericolo immediato era cessato. Non stavano più puntando le armi contro il gioielliere né contro i suoi familiari. In quel momento, secondo i giudici, la situazione non era più quella della legittima difesa, ma quella di un inseguimento culminato nell’uccisione di due uomini che non rappresentavano più una minaccia attuale.

È questo il principio sul quale si fonda la sentenza.

Non importa che fossero rapinatori.

Non importa che avessero appena commesso un reato gravissimo.

La domanda che la giustizia si è posta è un’altra:

quando termina il diritto di difendersi?

È una domanda difficile.

Forse una delle più difficili che il diritto abbia mai affrontato.

Perché il confine tra la paura e la rabbia è sottilissimo.

Chi ha appena rischiato la vita non torna lucido in un istante. L’adrenalina continua a dominare il corpo, il terrore si trasforma facilmente in furia e l’istinto può prendere il posto della ragione.

È umano.

Ed è proprio perché è umano che il diritto interviene.

Non per negare quella paura.

Ma per impedire che sia la paura, da sola, a stabilire dove finisca la difesa e dove cominci la vendetta.

Comprendere il gioielliere significa riconoscere il dramma vissuto da un uomo.

Assolverlo automaticamente significherebbe, invece, affermare un principio molto diverso: che ciascuno possa decidere autonomamente quando una vita possa essere tolta una volta cessato il pericolo.

Ed è un principio che una democrazia non può permettersi di accettare.

Esiste, però, un’altra riflessione che questa vicenda impone.

Molti cittadini hanno la sensazione che la giustizia italiana sia più attenta alle garanzie di chi delinque che ai diritti delle vittime.

È una percezione diffusa.

E sarebbe un errore liquidarla con superficialità.

Quando una persona subisce una rapina, un’aggressione o un furto, desidera prima di tutto sentirsi protetta dallo Stato. Se quella protezione appare lenta, insufficiente o inefficace, nasce inevitabilmente frustrazione.

Quella frustrazione, però, spesso viene indirizzata verso il bersaglio sbagliato.

Negli ultimi anni il funzionamento della giustizia è stato raccontato sempre più attraverso slogan, brevi video, post condivisi migliaia di volte e titoli costruiti per suscitare indignazione.

Sentenze lunghe centinaia di pagine vengono ridotte a poche parole.

Questioni giuridiche estremamente complesse diventano “il giudice sta con i delinquenti”.

È una semplificazione che finisce per deformare la realtà.

Il magistrato non decide quali debbano essere le pene previste per un reato.

Non scrive il Codice penale.

Non approva le leggi.

Il suo compito è applicarle ai casi concreti.

Se le pene vengono considerate troppo miti, se i processi sono troppo lunghi, se il sistema presenta inefficienze, le responsabilità appartengono a un insieme molto più ampio di istituzioni e di scelte legislative. Attribuire ogni colpa ai giudici significa chiedere al potere giudiziario di risolvere problemi che non dipendono soltanto da esso.

In questo clima, alimentato da una comunicazione sempre più veloce, le fake news trovano terreno fertile.

L’indignazione corre più veloce della conoscenza.

Un titolo viene condiviso migliaia di volte.

Una sentenza viene letta da pochissimi.

E così cresce l’idea di una giustizia “nemica delle persone perbene”, quando invece la sua funzione è molto più delicata: applicare le stesse regole a tutti, anche quando il risultato appare doloroso o impopolare.

La forza di uno Stato di diritto non consiste nel proteggere i delinquenti.

Consiste nel non permettere che il dolore trasformi la giustizia in vendetta.

Questo non significa ignorare la sofferenza delle vittime.

Al contrario.

Significa riconoscere che proprio nei momenti più tragici una società è chiamata a difendere i principi che la tengono unita.

Perché la vera domanda che questa storia ci consegna non è se Mario Roggero fosse una brava persona o se i rapinatori meritassero compassione.

La domanda è un’altra.

Saremmo disposti ad affidare a ciascun cittadino il potere di decidere, da solo, quando una persona possa essere uccisa?

Se la risposta è no, allora comprendiamo anche il significato più profondo di questa sentenza.

Non è una sentenza contro un gioielliere.

È una sentenza che cerca di ricordare a tutti noi dove finisce la legittima difesa e dove, per quanto doloroso possa essere accettarlo, deve continuare a esistere soltanto la giustizia.