Il cane è il migliore amico dell’uomo? Non sempre, non ovunque

Oggi, 26 agosto, è la Giornata mondiale del cane. Tra foto, coccole e post con scritto “il mio migliore amico”, c’è però una domanda che dovrebbe far riflettere un attimo: siamo davvero tutti amici dei cani? Perché in troppe parti del mondo la risposta è un sonoro, e piuttosto imbarazzante, “no”.
Il cane è al nostro fianco da millenni. Ci fa compagnia, ci aspetta dietro la porta, ci perdona anche quando torniamo a casa tardi e, diciamolo, spesso ci guarda con più affetto di quanto meriteremmo. Eppure, mentre in una parte del mondo viene trattato come un membro della famiglia — con cuccia, veterinario, compleanni e probabilmente anche più foto sui social di noi — altrove continua a essere vittima di sfruttamento, violenze, uccisioni e pratiche brutali di gestione del randagismo. Insomma: il cane è il migliore amico dell’uomo. Peccato che l’uomo, in molti casi, non si dimostri affatto all’altezza dell’amicizia.
Dall’Egitto al Marocco: quando il randagismo si “risolve” facendo sparire i cani
In occasione della Giornata mondiale del cane, l’OIPA – Organizzazione Internazionale Protezione Animali richiama l’attenzione su alcune situazioni particolarmente critiche denunciate negli ultimi mesi. L’ultimo caso arriva dall’Egitto. L’OIPA ETS ha chiesto chiarimenti alle autorità competenti sulla presunta ricollocazione di cani vaganti dalla città di Mansoura verso un’area aperta lungo la strada Gamasa–Qalabsho. Tra il 17 e il 19 agosto, fotografie, video e segnalazioni raccolte da contatti locali avrebbero documentato la presenza degli animali in una zona di sabbia e detriti, con scarsa disponibilità di riparo. Alcuni cani sarebbero stati trovati morti. La domanda, a questo punto, viene spontanea: ricollocare significa proteggere o semplicemente spostare il problema abbastanza lontano da non volerlo più vedere? E qui arriva il paradosso. Le stesse autorità locali hanno annunciato campagne di vaccinazione e sterilizzazione dei cani vaganti nell’area di Mansoura. L’OIPA chiede quindi spiegazioni e ribadisce un concetto che dovrebbe essere ormai elementare: il randagismo non si gestisce scaricando animali in aree prive di adeguate garanzie. Servono sterilizzazione, vaccinazione, prevenzione e programmi scientificamente efficaci. Non scorciatoie. E soprattutto non condanne a morte travestite da “soluzioni”.
Algeria, Cina e quella vecchia abitudine di voltarsi dall’altra parte
Il caso egiziano non è isolato. In Algeria, l’OIPA ETS ha rivolto un appello alle autorità per fermare campagne di abbattimento dei cani vaganti documentate in diverse aree del Paese. Anche in questo caso, l’associazione chiede l’adozione di metodi non cruenti, basati su un approccio scientifico e sul principio One Health, che riconosce quanto la salute di persone, animali e ambiente sia strettamente collegata. Perché sì, nel 2026 dovremmo forse aver superato l’idea che, davanti a un problema complesso, la risposta più brillante sia: “Eliminiamo ciò che ci disturba”. Una strategia semplice, certo. Come nascondere la polvere sotto il tappeto e poi vantarsi di avere la casa pulita. In Cina, invece, in alcune zone persiste ancora il consumo di carne di cane per tradizione, anche se negli ultimi anni il fenomeno ha registrato un ridimensionamento, anche grazie alla pressione dell’opinione pubblica e delle organizzazioni animaliste internazionali. Sempre in Cina, l’OIPA ETS è intervenuta sulla vicenda della cagnolina Wang Wang e dei suoi cuccioli, uccisi a Jieyang, chiedendo alle autorità di fare piena luce sull’accaduto.
Marocco, l’orrore non può diventare “preparazione all’evento”
Poi c’è il Marocco, dove, in vista della Coppa del Mondo FIFA del 2030, è stata denunciata una terrificante campagna che prevederebbe l’abbattimento di fino a tre milioni di cani randagi. I metodi segnalati? Avvelenamenti, sparatorie e trappole. E qui c’è poco da ironizzare. Perché nessun grande evento, nessuna vetrina internazionale e nessuna esigenza di immagine possono giustificare la crudeltà. Una città non diventa più moderna perché nasconde o uccide i suoi animali. Amare i cani non basta: bisogna difenderli. «Per noi la Giornata mondiale del cane è l’occasione per celebrare il rapporto speciale che abbiamo con questi animali, ma non possiamo dimenticare che in molti Paesi i cani, soprattutto randagi, sono vittime di violenze brutali, abbattimenti e abusi ingiustificabili», dichiara Massimo Pradella, presidente OIPA ETS.

Ed è proprio questo il punto. La tutela degli animali non può fermarsi ai confini del nostro Paese, né può dipendere dal fatto che un cane abbia una famiglia, un collare o un divano su cui dormire. Perché un cane randagio non vale meno di quello che dorme nel nostro letto. Un cane senza casa non è un problema da eliminare. È un essere vivente che ha bisogno di una risposta civile, responsabile e concreta. Oggi facciamogli gli auguri. Domani ricordiamoci di loro. La Giornata mondiale del cane non dovrebbe essere soltanto una giornata di foto tenere, cuori e frasi del tipo “più conosco gli uomini, più amo il mio cane”. Frase efficacissima, tra l’altro, ma che rischia di diventare un po’ comoda se poi, davanti alla sofferenza degli animali, scegliamo di scorrere oltre. La vera sensibilità non si misura dal numero di like sotto una foto con il proprio cane. Si misura dalla capacità di indignarsi anche per un cane che non conosciamo. Che vive lontano. Che non ha un nome. Che non ha nessuno pronto a pubblicare la sua storia. Oggi celebriamo il cane. Ma soprattutto facciamoci una domanda: se davvero è il nostro migliore amico, noi siamo davvero i suoi? La risposta non dovrebbe dipendere dal Paese in cui è nato.

