Adescati mentre giocano: il pericolo invisibile nelle chat dei videogame
Non è una storia lontana né un’eccezione.
È cronaca recente. È reale. Ed è accaduta mentre i bambini stavano giocando.
Un uomo, nascosto dietro un avatar e un nickname innocuo, ha adescato bambine attraverso la chat di un videogioco molto diffuso. Non era solo. Attorno a lui ruotava una rete organizzata, fatta di contatti, scambi, linguaggi in codice, passaggi graduali dalla fiducia alla manipolazione. Un sistema che sfrutta il luogo più fragile di tutti: lo spazio dove i bambini abbassano le difese perché credono di essere al sicuro.
Il meccanismo è sempre lo stesso.
Il predatore si finge coetaneo. Gioca, aiuta, incoraggia. Diventa “amico”. Poi confidente. Poi riferimento emotivo. Le richieste arrivano dopo, quando il legame è costruito. Quando il bambino è già solo.
Perché è qui il punto centrale che i genitori devono comprendere: le piattaforme di gioco non sono un gioco.
Sono ambienti sociali complessi, spesso non presidiati, dove adulti e minori convivono senza barriere visibili. E dove la solitudine dei bambini diventa terreno fertile.
Molti genitori credono che lasciare un figlio davanti a un videogioco significhi tenerlo al sicuro in casa. È un’illusione pericolosa.
La stanza è chiusa, ma il mondo è spalancato.

Le chat vocali e testuali permettono contatti diretti, continui, non controllati. Non serve uscire di casa per essere avvicinati. Non serve incontrare uno sconosciuto per essere manipolati. Oggi l’adescamento avviene in pigiama, mentre mamma e papà pensano che il bambino stia solo giocando.
C’è poi un aspetto che raramente viene detto con chiarezza:
i videogiochi, se non accompagnati, possono creare solitudini profonde. Non sostituiscono il gioco con le amichette, non allenano le emozioni reali, non insegnano i confini sani delle relazioni. Al contrario, quando diventano rifugio esclusivo, isolano.
Un bambino solo è un bambino più esposto.
Un bambino che cerca attenzione online è un bambino vulnerabile.
La responsabilità non è dei bambini. Mai.
Ma non può essere scaricata interamente neanche sulle piattaforme. La prima linea di difesa resta la famiglia.
Conoscere i giochi, entrarci, ascoltare le chat, chiedere con chi si gioca, stabilire regole chiare, tempi, spazi condivisi. Giocare insieme, almeno una volta. Partecipare. Vigilare. Non per controllo ossessivo, ma per presenza.
Perché nessuna console, nessun tablet, nessun videogame può sostituire uno sguardo adulto che accompagna.
E perché il gioco, quello vero, resta quello fatto di corpi, voci, risate, conflitti e amicizie reali.
Ignorare tutto questo significa lasciare i bambini soli in mezzo agli adulti.
E la cronaca, oggi, ci dice che il prezzo può essere altissimo.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
