Bologna, una tragedia e due tifoserie: ma la verità interessa ancora a qualcuno?
Sembra che in Italia esistano ormai solo due pulsanti: “contro” e “a favore”. Il tasto “ragioniamo un attimo”, evidentemente, è andato fuori produzione. La morte di Abderrahim Fakir, avvenuta durante un intervento della polizia a Bologna, è l’ennesimo episodio che finisce risucchiato nel tritacarne dello scontro politico e mediatico. Ancora prima che le indagini facciano il loro corso, il copione è già scritto. Da una parte c’è chi assolve immediatamente le forze dell’ordine, parlando di intervento impeccabile e professionalità senza attendere gli accertamenti. Dall’altra chi punta subito il dito contro la violenza istituzionale, richiama casi del passato e trasforma la vicenda in un processo pubblico a colpi di hashtag e dichiarazioni.

E la domanda sorge spontanea: è ancora possibile aspettare i fatti prima di scegliere da che parte stare? In un Paese normale dovrebbe essere la giustizia ad accertare responsabilità e verità. Oggi, invece, sembra che bastino pochi minuti perché social network, talk show e politica emettano sentenze definitive. Più veloce di qualsiasi tribunale. E decisamente con meno prove. Il problema, però, va oltre questo singolo episodio. È il clima che si respira da tempo, alimentato da una politica sempre più permanente nella sua campagna elettorale. I sondaggi sembrano contare più delle istituzioni, mentre ogni fatto di cronaca diventa un’arma da usare contro l’avversario. Ogni tragedia si trasforma in un’occasione per consolidare il proprio schieramento, più che per cercare risposte. Nel frattempo resta una realtà incontestabile: un uomo ha perso la vita, una famiglia vive un dolore enorme e la magistratura è chiamata a fare piena luce sull’accaduto. Tutto il resto dovrebbe venire dopo. Protestare è un diritto, pretendere trasparenza è un dovere. Ma forse dovremmo allargare lo sguardo. Chiedere istituzioni capaci di lavorare con serietà, un Parlamento che torni a discutere dei problemi reali e una politica che smetta di trasformare ogni tragedia in materiale da campagna elettorale.

Perché quando la ricerca della verità viene sostituita dalla necessità di avere subito un colpevole o un eroe, perdiamo tutti. E quando il confronto lascia spazio soltanto agli slogan, il rischio è che la violenza resti prima nelle parole e, poi, finisca inevitabilmente per uscire anche dalle piazze. Forse la vera domanda non è da che parte stare. È se siamo ancora capaci di aspettare la verità.

