Grande Fratello cercasi… ma solo per i cittadini

Se l’occhio dello Stato diventa sempre più intelligente, viene spontaneo chiedersi: saprà anche dove guardare? Perché il rischio, altrimenti, è che l’intelligenza sia artificiale mentre la memoria resta decisamente selettiva. Il governo accelera sulla sicurezza e mette sul tavolo una delle misure più controverse degli ultimi anni: il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici attraverso l’intelligenza artificiale. L’obiettivo dichiarato è prevenire reati e rafforzare il controllo del territorio. Quello che molti temono, però, è un altro scenario: una sorveglianza permanente in cui ogni volto diventa un dato e ogni passeggiata una possibile scansione.
L’opposizione parla apertamente di un possibile “Stato-Grande Fratello”, mentre gli esperti ricordano che le norme europee sull’uso dell’intelligenza artificiale impongono limiti molto rigidi proprio ai sistemi di identificazione biometrica di massa. Tradotto: la sicurezza sì, ma senza trasformare la piazza in uno scanner gigantesco. Fin qui il dibattito sarebbe già abbastanza acceso. Ma c’è un dettaglio che lo rende esplosivo. Quasi nello stesso momento, il Parlamento interviene per bloccare l’acquisizione, da parte della magistratura, delle chat di un esponente politico ritenute rilevanti in un’indagine. Ed è qui che il cortocircuito diventa evidente. Da una parte si propone di ampliare il controllo digitale sui cittadini, rendendo sempre più normale essere identificati mentre si cammina, si partecipa a una manifestazione o semplicemente si attraversa una stazione. Dall’altra, quando i dati da analizzare riguardano la politica, entrano in gioco prerogative e protezioni che fermano l’accesso degli investigatori. È davvero difficile ignorare una certa asimmetria.
Il cittadino può essere riconosciuto da una telecamera intelligente perché questo serve alla sicurezza collettiva. Il politico, invece, può blindare le proprie conversazioni perché questo serve a tutelare le prerogative istituzionali. Insomma, lo Stato sembra voler avere una memoria fotografica per chi passeggia in piazza e una sorprendente amnesia quando le informazioni bussano alle porte del potere. Naturalmente le due questioni hanno basi giuridiche differenti e non possono essere sovrapposte meccanicamente. Ma la percezione pubblica raramente ragiona per compartimenti stagni. E il messaggio che rischia di passare è semplice quanto pericoloso: controlli sempre più estesi verso il basso, protezioni sempre più robuste verso l’alto.

Il tema, allora, non è essere favorevoli o contrari alla tecnologia. L’intelligenza artificiale può diventare uno strumento prezioso nella lotta alla criminalità, ma la sua legittimazione dipende da un principio fondamentale: le regole devono valere per tutti. Perché la sicurezza non si misura dal numero di telecamere installate, ma dalla fiducia dei cittadini nelle istituzioni. E la fiducia nasce quando il controllo non ha un’unica direzione. Altrimenti il rischio non è soltanto quello di vivere in una società dove ogni volto viene riconosciuto. È quello di vivere in una società dove qualcuno continua a rimanere… irriconoscibile.

