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Palermo: Galeazzi a Palermo, i pantaloni strappati e le arancine

di Salvatore Giordano

Io c’ero, come tanti altri spettatori. Giampiero Galeazzi mi passò accanto per approdare alla cabina della telecronaca. Si impigliò nel sedile. Si sentì “straaaap”. Mi guardò inquieto e pronunciò una frase storica: “Me se so rotti li carzoni?”. Poi salì. Anni Novanta, anni della meglio gioventù. Coppa Davis a Palermo. Italia-U.S.A. e non ci fu gara. Eravamo seduti, nella posa innaturale dei tifosi di calcio chiamati a rimanere compunti per la partita di tennis e lo vedemmo arrivare. Lui, il mito. Preceduto da “Bisteccone”, da “Vai fratelloni Abbagnale” e c’era, nell’immaginario, il barone Liedholm, che, a Genova, aveva salvato dalla felicità dei tifosi per lo scudetto della Roma e c’era tutto con lui. Pubblica così l’edizione odierna di Livesicilia. Dopo lo “straaap”, Giampiero Galeazzi proseguì fino alla sua postazione , si inerpicò con una agilità insospettabile, ma era pur sempre stato un grande sportivo e si accomodò. Di lì a poco, arrivarono a destinazione due teglie di arancine mignon, pizzette, pezzi di rosticceria. Sempre se la memoria non inganna, ma il profumo è rimasto vivido. Scrupolosi messaggeri le posarono e se ne andarono. Mangiare tanto farà, sicuramente, male alla salute, tuttavia è un modo genuino per esprimere la gioia della vita. L’esistenza va consumata calda, altrimenti non c’è gusto. Addio, mito. Sei stato un mostro di bravura, di talento, di precisione tecnica e ci hai insegnato che le storie si possono raccontare con l’emozione del coinvolgimento, senza abdicare alla cronaca, perché eri un caposcuola, ma perdonerai se, adesso, nel ricordarti, oltre a tutto il resto che è monumentale, la memoria trae dal cappello una frase soltanto: “Me se so rotti li carzoni?”. Perché la circostanza che ci fa, davvero, amare i miti è questa: in fondo, sono uomini come tutti noi. Purtroppo muoiono , come tutti noi, ma restano per sempre.