“Tre mesi di vacanza”? Il cliché che non racconta la scuola
C’è una leggenda che ogni estate torna puntuale quanto il caldo africano: gli insegnanti starebbero comodamente in vacanza per tre mesi. Peccato che, come molte leggende, abbia poco a che fare con la realtà. A ricordarlo è il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), che invita a superare uno degli stereotipi più duri a morire nel dibattito pubblico italiano. Perché dietro la campanella che smette di suonare non si spegne affatto il lavoro dei docenti. La lezione in classe è infatti solo la punta dell’iceberg. C’è chi prepara programmi, corregge verifiche, partecipa a scrutini ed esami, progetta il nuovo anno scolastico, segue corsi di formazione e mantiene il dialogo con le famiglie. Insomma, l’estate dei professori è decisamente meno “spiaggia e mojito” di quanto si immagini.

Il CNDDU sottolinea anche che la normativa e il Contratto collettivo parlano chiaro: la sospensione delle lezioni non coincide con tre mesi di ferie. Come per ogni lavoratore pubblico, i periodi di riposo sono regolati da precise disposizioni contrattuali. Ma il tema va ben oltre il calendario. Oggi la scuola affronta sfide sempre più impegnative: disuguaglianze educative, disagio giovanile, intelligenza artificiale, disinformazione, inclusione e cittadinanza digitale. Il docente non è soltanto chi spiega una materia, ma chi accompagna gli studenti nella crescita personale e li aiuta a sviluppare spirito critico e consapevolezza. C’è poi il nodo economico. Le retribuzioni degli insegnanti italiani restano inferiori rispetto a quelle di molti colleghi europei, mentre responsabilità e carichi di lavoro continuano ad aumentare. A questo si aggiungono gli investimenti personali per libri, strumenti digitali e aggiornamento professionale. Per il Coordinamento, continuare a raccontare la scuola attraverso il luogo comune dei “tre mesi di vacanza” non è solo una semplificazione: significa sminuire una professione fondamentale per la crescita culturale e democratica del Paese. Perché, in fondo, una domanda vale più di mille slogan: se davvero fare l’insegnante significasse lavorare poco e andare sempre in ferie… come mai le cattedre continuano a rimanere così difficili da coprire?

Il Prof. Romano Pesavento – presidente CNDDU conclude con un invito a riportare il confronto sulla scuola su basi più serie e documentate: valorizzare il lavoro dei docenti non è una battaglia di categoria, ma un investimento sul futuro, sulla qualità della democrazia e sulla formazione delle nuove generazioni. Perché il valore che un Paese attribuisce ai suoi insegnanti racconta molto più del suo presente: racconta la sua idea di futuro.

