Acqua che sommerge memorie
In Nepal e nel nord dell’India le piogge torrenziali di questi giorni hanno trasformato intere vallate in cimiteri di fango. Oltre quarantasette vittime accertate, decine di dispersi, strade cancellate, infrastrutture collassate. Nelle zone più colpite, come Ilam e Panchthar, le case sono scivolate a valle insieme al terreno, mentre i soccorritori cercano di raggiungere villaggi isolati. È una catastrofe annunciata: le autorità locali denunciano da anni la fragilità idrogeologica e la deforestazione che rende quei pendii vulnerabili a ogni stagione dei monsoni.
Eppure, appena passa l’emergenza, cala il silenzio. Le immagini spariscono dalle prime pagine, e la tragedia torna a essere “locale”, confinata in un altrove esotico che non turba più di tanto la nostra routine. L’oblio è il primo effetto collaterale della globalizzazione: tutto ci raggiunge, ma nulla ci resta davvero.

Questo tipo di catastrofi ambientali, che si moltiplicano in Asia, Africa e America Latina, sono in realtà un riflesso delle nostre scelte collettive. Non si tratta di fatalità naturali ma di conseguenze politiche ed economiche: l’uso incontrollato del suolo, l’urbanizzazione selvaggia, l’abbandono delle foreste, la corsa alle risorse che erode lentamente il diritto delle popolazioni più povere a una vita sicura. Quando la natura si ribella, ci limita a contare i morti senza interrogarci sulle cause che li hanno resi inevitabili.
Nel caso del Nepal, il governo ha chiesto aiuti internazionali, ma gli esperti di clima avvertono che senza una pianificazione strutturale e senza una politica di contenimento delle emissioni globali, le alluvioni continueranno a intensificarsi. Eppure, dietro le cifre, resta la questione culturale: come si costruisce la memoria di un disastro? Come si trasforma la sofferenza in consapevolezza collettiva, anziché lasciarla dissolvere nel ciclo delle notizie?
La memoria non è solo ricordo, ma responsabilità. Le società che dimenticano non sono soltanto distratte, ma complici di ciò che permettono che si ripeta.
Le acque che oggi devastano il Nepal raccontano una verità universale: il pianeta non dimentica ciò che noi scegliamo di ignorare. La natura non ha voce politica, ma un linguaggio che si fa sempre più eloquente. Ed è un linguaggio che parla di fragilità, di interdipendenza, e soprattutto di limiti.
La cultura del progresso illimitato ci ha insegnato a credere di poter arginare tutto, ma non abbiamo ancora imparato a convivere con la misura. Per questo, mentre l’acqua sommerge memorie lontane, noi continuiamo a vivere come se le nostre non potessero mai essere toccate.
“Ogni catastrofe è una lezione che il mondo ci consegna. La vera colpa è smettere di ascoltarla.”

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
