Assedio a Gaza: il crollo dell’umanità davanti all’offensiva finale

𝑫𝒊 𝑴. 𝑪𝒖𝒄𝒄𝒉𝒊𝒂𝒓𝒂 ✍️
A Gaza il tempo ha smesso di scandire i giorni: segna solo i colpi dell’artiglieria, i droni che sorvolano le macerie, le marce forzate di civili che cercano rifugio in un luogo che rifugio non è.
L’offensiva terrestre israeliana su Gaza City è cominciata con la mobilitazione di decine di migliaia di riservisti e con l’obiettivo dichiarato di annientare ciò che resta dell’organizzazione armata di Hamas.
Ma i numeri raccontano altro: più di sessantamila civili già vittime del conflitto, infrastrutture cancellate, un sistema sanitario ridotto a rudere, bambini scheletrici che diventano il ritratto più impietoso di questa guerra.
L’ONU ha invocato un cessate il fuoco immediato, ma la sua voce è rimasta sospesa come un’eco che non trova pareti da colpire.
Antonio Guterres ha parlato di catastrofe umanitaria imminente, avvertendo che l’operazione di terra rischia di trasformarsi in una carneficina annunciata.
Israele, dal canto suo, prosegue accelerando i tempi, determinato a conquistare il cuore di Gaza, mentre la diplomazia internazionale osserva da lontano, stretta tra proclami e impotenza.
E mentre a Gaza la tragedia si moltiplica, in Italia un funerale diventa il simbolo del fallimento globale.
A Pontasserchio è stata sepolta Marah Abu Zuhri, diciannove anni, evacuata dalla Striscia per essere curata, ma stroncata dalla malnutrizione. La sua bara bianca è più eloquente di qualsiasi rapporto ufficiale: un’intera generazione palestinese muore non solo per le bombe, ma per fame, per mancanza di cure, per l’indifferenza che accompagna l’assedio.
Le logiche conseguenze di questa situazione sono chiare.
Primo: Gaza non è più teatro di un conflitto armato tradizionale, ma di un collasso sistemico, un laboratorio di guerra totale che colpisce indistintamente combattenti e civili.
Secondo: ogni negoziato che non parta dalla protezione immediata dei civili è destinato a essere vuoto, perché nessuna pace può essere costruita sulle fosse comuni.
Terzo: la comunità internazionale, nel suo silenzio, certifica la propria irrilevanza, e così legittima la logica del più forte.Israele afferma di voler chiudere la partita.
Ma le guerre non si chiudono con le macerie: si aprono nuovi cicli di odio, si seminano rancori che germoglieranno in altri conflitti.
Gaza oggi è ridotta a un grido soffocato, ma quel grido attraverserà i confini, le generazioni, i secoli. La vera sconfitta non è di Hamas, né di Israele, né della Palestina: è dell’umanità intera, che ancora una volta ha scelto di guardare altrove mentre un popolo veniva consumato sotto gli occhi del mondo.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
