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Bufera al Comune di Sciacca: contributi e mancette ad associazioni di politici.

La vicenda è esplosa in Consiglio comunale a Sciacca, dove il consigliere Calogero Bono ha sollevato interrogativi sui contributi comunali destinati all’associazione culturale Terre di Dedalo APS, nell’ambito della quale figurerebbero familiari stretti dell’assessore Francesco Dimino e riporta al centro una questione che va ben oltre i confini della città: il rapporto tra politica, distribuzione delle risorse pubbliche e conflitti d’interesse.

Bono ha denunciato quella che considera una situazione gravissima, arrivando a chiedere le dimissioni dell’assessore. Saranno gli atti, le procedure adottate e le eventuali verifiche degli organi competenti a chiarire ogni responsabilità. Ma una cosa è già evidente sul piano politico: quando denaro pubblico e legami familiari si incrociano, la trasparenza non può essere un optional. Deve essere una garanzia assoluta.

E qui il caso di Sciacca si collega a una prassi ben più ampia, che da anni alimenta polemiche nei Comuni siciliani e all’Assemblea regionale siciliana: la distribuzione di contributi e finanziamenti a pioggia, spesso attraverso scelte discrezionali che rischiano di trasformare risorse destinate alla collettività in strumenti di consenso politico; una pratica, quella delle “mancette”, resa ancora più disgustosa dalle centinaia di associazioni ridotte ormai a elemosinare risorse a questo o a quel deputato, rinunciando ad un impegno serio e concreto per la crescita dei territori.

Si tratta di una logica sulla quale la politica sceglie di pianificare gli stanziamenti frammentati e i contributi assegnati a una pluralità di soggetti per interventi che possono diventare terreno di competizione tra deputati, amministratori e gruppi di interesse. Non tutti i finanziamenti di questo tipo sono irregolari, né ogni contributo risponde a logiche clientelari. Il problema nasce quando mancano criteri chiari, procedure verificabili, controlli rigorosi e una rendicontazione comprensibile ai cittadini e soprattutto quando le elargizioni sono destinate ad associazioni riconducibili a politici e ad amministratori locali.

Quando il denaro pubblico viene percepito come una concessione della politica anziché come una risorsa da assegnare sulla base di bisogni reali, merito e interesse collettivo, si produce una distorsione profonda del rapporto tra istituzioni e cittadini.

Ed è proprio questo il punto più disgustoso e volgare di un certo modo di intendere la politica: l’idea che le risorse pubbliche possano essere utilizzate per alimentare reti di relazioni, consolidare consenso e coltivare riconoscenza personale, anziché rispondere a priorità sociali, culturali ed economiche definite con criteri trasparenti.

I contributi alla cultura, alle associazioni e al territorio sono importanti e spesso indispensabili. Ma devono essere assegnati con regole uguali per tutti, motivazioni pubbliche, controlli effettivi e piena tracciabilità. Non devono lasciare neppure il sospetto che la vicinanza a un amministratore possa rappresentare un vantaggio.

La questione, dunque, non è soltanto Sciacca. È il modello di gestione della cosa pubblica che si vuole affermare in Sicilia. Se a livello comunale si discute di contributi e possibili conflitti d’interesse, a livello regionale si deve affrontare con altrettanta serietà il tema degli stanziamenti discrezionali e delle cosiddette mancette. Due piani istituzionali diversi, ma un’unica esigenza: impedire che le risorse dei cittadini diventino strumenti di convenienza politica.

La trasparenza non si proclama: si dimostra con gli atti. L’imparzialità non si invoca: si garantisce con le procedure. E la fiducia nelle istituzioni non si costruisce distribuendo favori, ma dimostrando che ogni euro pubblico viene speso nell’interesse generale.

Basta zone d’ombra, basta ambiguità, basta una politica che rischia di confondere l’interesse pubblico con quello delle proprie reti di relazioni. I cittadini siciliani non chiedono favori. Chiedono diritti, regole uguali per tutti e amministratori capaci di rendere conto delle proprie scelte. Il denaro pubblico appartiene alla collettività. Non alla politica, non ai partiti e non alle cerchie di chi governa.

(F.te Corriere di Sciacca)