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Cantina Kaggio, l’UDC denuncia lo stato di abbandono del bene confiscato

La Cantina Kaggio, situata in contrada Pietralunga tra i territori di Monreale e San Cipirello, simbolo di un passato segnato dal potere dei clan Riina e Brusca, torna al centro del dibattito pubblico. Un luogo che avrebbe dovuto rappresentare il riscatto del territorio, e che invece – secondo la denuncia dell’UDC – sarebbe oggi un guscio vuoto, inghiottito dall’abbandono.

A riaccendere i riflettori è il vice segretario regionale dell’UDC, Salvino Caputo, che parla senza mezzi termini di «un altro esempio di mala gestione dei beni confiscati». Ricorda come quella struttura, un tempo utilizzata dai corleonesi e dai boss di San Giuseppe Jato «per summit e incontri», fosse stata oggetto di ingenti investimenti pubblici: due milioni di euro per restituirle una funzione produttiva, con tanto di silos per il mosto mai entrati in funzione.

Il sopralluogo e la denuncia

Questa mattina – quanto riportato da Territorionewspa.it – Caputo ha effettuato un sopralluogo nella cantina di contrada Pietra Lunga. Il quadro che descrive è desolante: impianti fermi, aree degradate, nessuna attività produttiva. La struttura, ricostruisce, era stata affidata prima al Consorzio Sviluppo e Legalità, poi alla cooperativa Placido Rizzotto, con l’obiettivo di rilanciarla a beneficio dell’agricoltura locale. Ma oggi, sostiene, sarebbe utilizzata «una sola volta l’anno per l’ammasso di cereali» e priva di qualsiasi manutenzione.

La segnalazione alle autorità

Caputo afferma di aver già informato la Prefettura e l’Agenzia nazionale per i beni confiscati, chiedendo verifiche e interventi immediati. «Si parla tanto di destinare i beni confiscati a finalità sociali, ma molti restano inutilizzati e in condizioni di abbandono», sottolinea.

L’appello: “Serve rivedere i criteri di gestione”

Il vice segretario UDC chiude con un monito che suona come un atto d’accusa: «Questa vicenda dimostra la necessità di rivedere i criteri di gestione e assegnazione dei beni sottratti ai boss mafiosi. Non possiamo permettere che patrimoni così importanti vadano sprecati». La Cantina Kaggio, ancora una volta, diventa così il simbolo di una sfida irrisolta: trasformare i beni confiscati in opportunità reali per il territorio, evitando che il loro valore si perda tra incuria e burocrazia.