Castellanza, l’ombra del femminicidio: quando il coltello affonda anche nel silenzio delle istituzioni
Una giovane donna di 24 anni, madre di due bambine, è ricoverata in gravi condizioni all’ospedale di Varese dopo essere stata accoltellata più volte dall’ex convivente, un uomo di 33 anni. È accaduto a Castellanza, nel cuore del Varesotto. La furia cieca si è consumata tra le mura domestiche, quelle che avrebbero dovuto garantire rifugio e protezione, e che invece ancora una volta si sono trasformate in teatro di violenza.
Il gesto non è isolato, non è un episodio improvviso e privo di radici. È il volto di un fenomeno che non conosce tregua: il femminicidio tentato o consumato. La lama che ha colpito la giovane donna non ha ferito solo il suo corpo, ma ha inciso una verità che troppe volte si preferisce tacere: le istituzioni arrivano quasi sempre dopo, quando la violenza è già esplosa, quando il sangue è già stato versato.
Dietro queste vicende c’è un terreno fertile, fatto di educazione arcaica e di stereotipi mascherati da tradizione. Il modello ancora dominante è quello che vede l’uomo come padrone e la donna come proprietà. Un corpo da custodire, controllare, usare, piuttosto che un essere umano dotato di coscienza, sensibilità, fragilità e libertà di scelta. Non è una questione di cronaca nera, ma di cultura sociale che affonda le sue radici in secoli di maschilismo normalizzato.

Le bambine che crescono accanto a madri ferite o silenziate interiorizzano il messaggio più devastante: che l’amore e la violenza possano convivere, che il desiderio maschile abbia sempre diritto di prelazione sulla libertà femminile. Gli uomini, a loro volta, spesso educati senza strumenti emotivi, imparano a confondere l’affetto con il possesso, la vicinanza con il controllo, l’amore con l’annientamento dell’altro.
Questo non è soltanto un fallimento individuale: è un fallimento collettivo. Delle famiglie che non insegnano il rispetto. Della scuola che ancora fatica a educare all’uguaglianza reale e non formale. Delle istituzioni che parlano, legiferano, annunciano, ma lasciano troppe donne indifese, con denunce che restano inascoltate e richieste di aiuto archiviate come fastidi burocratici.
La donna di Castellanza si salverà, dicono i medici. Ma non basta. Non basta sopravvivere quando intorno persiste un sistema che considera ogni aggressione come caso isolato e non come sintomo di una malattia sociale. È un grido che dovrebbe scuotere le coscienze, ma che rischia di perdersi ancora una volta tra le statistiche.
Finché la violenza continuerà a essere trattata come emergenza e non come cultura da smantellare, la cronaca continuerà a scrivere le stesse righe: donne pugnalate, picchiate, uccise, e uomini che le volevano “loro” fino alla fine.
E allora, più che invocare leggi nuove o punizioni esemplari, la domanda resta una sola: quando decideremo davvero di insegnare ai nostri figli che una donna non è un riflesso dei loro desideri, ma un essere umano con la stessa dignità, libertà e diritto alla vita?

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
