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Ceuta, Schengen e il grande teatro della politica: quando si chiude una porta… che era già chiusa

C’è una regola non scritta della politica moderna: se vuoi sembrare deciso, fai qualcosa che faccia rumore. Anche se, a conti fatti, cambia poco o nulla. L’ultima puntata arriva dalla crisi migratoria di Ceuta, con l’Italia che ha deciso di sospendere temporaneamente i collegamenti Schengen con la Spagna, invocando ragioni di sicurezza e chiedendo, insieme ad altri partner, un vertice urgente dell’Unione Europea. Una mossa che ha immediatamente acceso il dibattito e anche qualche scintilla diplomatica. Peccato che ci sia un piccolo dettaglio. Piccolo, ma fondamentale.

La verità che rovina la sceneggiatura

Ceuta è sì territorio spagnolo, ma si trova in Nordafrica, incastonata tra il Mediterraneo e il Marocco. E proprio per la sua posizione, il Codice Frontiere Schengen la tratta già come una frontiera esterna dell’Unione. Tradotto in italiano corrente: il regime di libera circolazione di Schengen, lì, non funziona già come funziona tra Roma e Madrid. Insomma, è un po’ come annunciare con tono solenne di aver chiuso il cancello di un giardino… dimenticando che quel cancello era già chiuso a chiave. L’effetto mediatico, però, è garantito.

Sicurezza o campagna elettorale? Che la pressione migratoria rappresenti una questione seria è fuori discussione. Gli Stati hanno il diritto – e il dovere – di controllare le proprie frontiere e garantire la sicurezza dei cittadini. Ma è altrettanto vero che buona parte dei migranti arrivati a Ceuta non si è riversata nel resto d’Europa: molti sono rimasti nell’enclave o sono rientrati in Marocco. Per questo la sospensione dei collegamenti italiani ha un impatto pratico limitato o nullo. Sul piano comunicativo, invece, il risultato è eccellente: titolo d’apertura, dichiarazioni infuocate e social network in fibrillazione. In politica, spesso, il simbolo corre molto più veloce della sostanza.

Il derby infinito degli slogan

Sul tema immigrazione il copione sembra sempre lo stesso. Da una parte c’è chi propone un’accoglienza senza limiti, come se risorse, servizi pubblici e capacità di integrazione fossero inesauribili. Dall’altra c’è chi immagina di abbassare una gigantesca saracinesca sul Mediterraneo, come se bastasse un decreto per cancellare guerre, povertà e traffici di esseri umani. La tragedia più eclatante è che entrambe le tifoserie sembrano più interessate a vincere il dibattito televisivo che a risolvere il problema.

Il vero nodo non è scegliere tra “accogliere tutti” o “respingere tutti”. La questione, invece, è costruire una politica migratoria credibile che nessuno ha realizzato, dopo vari decenni di soluzioni inconcludenti e polemiche imbarazzanti . Una politica che distingua chiaramente tra diritto d’asilo e immigrazione economica. Che investa nell’integrazione di chi ha realmente titolo a restare, evitando di trasformare l’assistenza in un sistema permanente. Che chieda maggiore collaborazione ai Paesi d’origine nel contrasto ai trafficanti e nei rimpatri. E che pretenda finalmente una responsabilità condivisa da parte dell’Unione Europea, invece di lasciare i Paesi di frontiera a gestire da soli una questione che riguarda tutti.

Serve meno teatro e più politica

Finché il confronto resterà imprigionato tra slogan opposti, continueremo ad assistere a conferenze stampa, annunci solenni e misure dall’effetto scenico superiore a quello pratico. Nel frattempo, i cittadini vedono servizi sempre più sotto pressione, mentre migliaia di migranti continuano a essere le prime vittime di un sistema che alimenta illusioni, sfruttamento e viaggi disperati. Perché una politica seria non si misura dal numero di porte che dichiara di chiudere. Ma dalla capacità di trovare soluzioni vere, anche quando fanno molto meno rumore.