Ascolta Radio Amica ON LINE

Amica News

La Musica Intorno

Definire un bambino

Ci sono frasi che non sono semplici parole: sono fenditure.
Si aprono all’improvviso nel linguaggio e lasciano intravedere il fondo oscuro della coscienza umana.
Durante una recente trasmissione televisiva, un ministro israeliano – incalzato da Enzo Iacchetti – ha chiesto di «definire bambino» parlando della guerra in Palestina.
In quell’istante, la discussione ha smesso di essere un confronto politico: è diventata una rivelazione.

Definire un bambino.
Come se la vita dovesse superare un esame semantico per meritare dignità.
Come se l’innocenza avesse bisogno di un certificato, di un parametro, di un’età stabilita per entrare nel campo della pietà.
Dietro quella domanda non c’è solo l’arroganza di chi difende una causa; c’è il meccanismo antico e sempre attuale della banalità del male: ridurre l’altro a concetto, sospendere l’empatia attraverso un cavillo linguistico.
È il male che non urla, ma argomenta.
Che chiede definizioni mentre un bambino, qualunque bambino, soffre o muore.

Enzo Iacchetti ha reagito con indignazione, un moto che appartiene alla parte migliore di noi.
Ma la sua protesta – vibrante, teatrale – ha rischiato di trasformarsi in scena, di spostare l’attenzione dalla ferita alla performance.
In una società che confonde visibilità con verità, il pericolo è che l’urlo diventi spettacolo e la sostanza si dissolva in applausi o like.
La coscienza, invece, ha bisogno di silenzio per riconoscere il dolore.

Questo scambio televisivo non è soltanto un incidente mediatico.
È un sintomo.
Mostra come il nostro tempo abbia imparato a convivere con l’orrore, a discuterlo, a misurarlo, persino a giudicarlo interessante.
La guerra in Palestina – come ogni guerra – non è solo una tragedia lontana: è una lente che rivela la fragilità della nostra umanità.
Quando ci abituiamo a pesare le vite, a stabilire chi merita compassione e chi no, il male non è più fuori da noi: ci attraversa, ci abita.

La vera domanda, allora, non è come definire un bambino, ma come definire noi stessi di fronte a un bambino ferito, qualunque sia la sua origine.
Siamo ancora capaci di percepirne la sacralità senza chiedere il passaporto della pietà?
Siamo disposti a interrompere il gioco delle parti per ricordare che ogni vita, prima di essere “nostra” o “loro”, è semplicemente vita?

Non serve un lessico per rispondere.
Serve un sussulto di coscienza.
E la certezza, elementare e immensa, che un bambino non si definisce: si protegge.
Sempre.