Dietro il velo della legge
Ogni epoca ha i suoi veli. Alcuni nascondono, altri proteggono, altri ancora servono per non guardare ciò che non si vuole vedere.
Quello che oggi si agita nel dibattito politico italiano non è un tessuto, ma un simbolo: il velo islamico.
Il governo ha presentato un disegno di legge per vietare l’uso del burqa e del niqab negli spazi pubblici, invocando ragioni di sicurezza e di identità nazionale. Una proposta che – dietro la patina della tutela civile – riapre antichi interrogativi: chi decide che cosa è libertà? E chi stabilisce da cosa dobbiamo essere “liberati”?
L’Italia ha già una legge che disciplina il tema della copertura del volto in pubblico: è la Legge n. 152 del 1975, che vieta di “rendere difficoltoso il riconoscimento personale” con caschi o veli integrali, salvo giustificato motivo. Quella norma è nata in un contesto di terrorismo e ordine pubblico, non di fede.
A ciò si aggiunge la Costituzione, che all’articolo 19 garantisce a ogni individuo la libertà di professare la propria fede “in qualsiasi forma, individuale o associata, purché non contrasti con il buon costume”.
E all’articolo 3 proclama l’eguaglianza di tutti i cittadini “senza distinzione di sesso, razza o religione”.
Dunque, giuridicamente, il problema non è la mancanza di norme. Il problema è la volontà politica di trasformare un simbolo religioso in un campo di battaglia ideologico.

Dietro la retorica della sicurezza e dell’identità si nasconde un messaggio più sottile – e più inquietante.
Non si tratta di tutelare la libertà delle donne, ma di normalizzare lo sguardo con cui la società le osserva.
La legge non vieta il velo per proteggere le donne, ma per proteggere l’ordine visivo di chi guarda: l’ordine di chi non tollera la differenza, l’alterità, l’ombra in un tempo che pretende luce su tutto.
Il burqa diventa così un pretesto simbolico: un modo per riaffermare la superiorità culturale dell’Occidente mentre altrove — nei teatri di guerra — si bombardano città intere in nome della libertà.
È la contraddizione perfetta del nostro tempo: si vieta un velo di stoffa, ma si accetta un velo di silenzio davanti ai massacri.
Si parla di “trasparenza”, ma si preferisce non vedere la trasparenza del sangue civile che scorre in Medio Oriente.
Si proclama di voler difendere la donna musulmana, ma non si ascolta la donna italiana che subisce ancora violenza domestica, sfruttamento lavorativo, invisibilità sociale.
Il potere, quando indossa il mantello della moralità, lo fa per coprire la propria ipocrisia.
La filosofia ci ha insegnato che ogni gesto normativo nasconde una visione del mondo.
Dietro l’idea di libertà che questa legge pretende di difendere, si cela la vecchia tentazione occidentale di controllare ciò che non comprende.
Sartre avrebbe detto che lo sguardo dell’altro ci definisce; ma in questa epoca, lo Stato vuole definire anche lo sguardo con cui l’altro deve essere visto.
Il velo, dunque, non è più solo un tessuto religioso: diventa un campo di tensione tra la libertà e il dominio dello sguardo.
Ecco perché questa legge non parla davvero di donne, ma di potere.
Non riguarda il volto coperto, ma la necessità del potere di rendere ogni volto riconoscibile, tracciabile, leggibile. È la stessa logica che guida la sorveglianza digitale, la profilazione dei dati, la paura dell’anonimato.
Il volto coperto disturba non perché minaccia, ma perché sfugge: e ciò che sfugge, oggi, non è tollerato.
Ma la libertà non nasce dalla visibilità forzata, nasce dal diritto al mistero.
In un mondo che pretende di svelare tutto, il velo può diventare l’ultimo atto di resistenza.
Un modo per ricordare che l’identità non si misura in centimetri di tessuto, ma nella possibilità di scegliere come mostrarsi — o come restare invisibili.
Quando una legge decide cosa possiamo essere agli occhi degli altri, non regola un comportamento: definisce un confine del pensiero.
E forse il vero pericolo non è ciò che si nasconde dietro un velo, ma ciò che il potere nasconde dietro la parola “libertà”.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
