Educare è togliere il velo
Ogni civiltà si misura da ciò che decide di tacere. Non da ciò che proclama, ma da ciò che rimuove, occulta, rinvia. La sessualità, più di ogni altro ambito dell’esperienza umana, è da secoli oggetto di questo silenzio ambivalente: desiderata, temuta, vissuta e insieme negata. E quando il silenzio entra nella scuola, non è mai neutro: diventa un atto educativo al contrario.
Educare all’affettività, alla sessualità, al cambiamento del corpo non significa introdurre qualcosa che prima non esisteva. Significa, semmai, riconoscere ciò che già abita l’essere umano e offrirgli parole, senso, orientamento. Nessun bambino scopre le emozioni perché gliele ha nominate un insegnante; nessun adolescente prova il turbamento del corpo perché qualcuno gliene ha parlato. Queste esperienze accadono comunque. La differenza sta nel fatto che possono accadere nel buio o nella comprensione.

L’educazione all’affettività nella scuola primaria è, in questo senso, un’educazione al legame. È il primo esercizio di umanizzazione: imparare che il proprio sentire ha un nome, che l’altro non è un oggetto ma una presenza, che il corpo è un luogo di dignità e non di vergogna. Qui non si parla di sesso, ma di relazione; non di atti, ma di confini; non di desiderio, ma di rispetto. È una pedagogia del riconoscimento, non dell’anticipazione.
Quando questo primo livello viene negato, l’adolescenza irrompe come una frattura. Il corpo cambia senza spiegazioni, il desiderio emerge senza linguaggio, l’identità oscilla senza punti di riferimento. L’educazione sessuale nella scuola media non introduce il cambiamento: lo rende abitabile. Offre una mappa in un territorio che, altrimenti, viene attraversato a tentoni. Tacere in questa fase non è prudenza: è abdicazione educativa. Significa lasciare che altri dispositivi – la rete, il consumo, la pornografia – occupino lo spazio lasciato vuoto dall’adulto.
Nel triennio della scuola superiore, infine, l’educazione sessuale non è più solo informazione, ma riflessione sulla responsabilità. Qui la sessualità viene restituita alla sua complessità filosofica: come intreccio di corpo e coscienza, libertà e limite, desiderio e alterità. È il momento in cui si educa alla scelta, non all’impulso; alla reciprocità, non al possesso. È il passaggio dalla biologia all’etica.
Chi demonizza questi percorsi lo fa spesso in nome di una morale che confonde il silenzio con la purezza. Ma la filosofia insegna che il non detto non è mai innocente. Dove manca la parola, cresce il fraintendimento; dove manca il sapere, prolifera il potere. L’ignoranza non preserva: espone. Non protegge: vulnera.
Educare non significa spingere, né orientare in modo ideologico. Significa rendere l’essere umano capace di comprendere ciò che vive. Informare non è pubblicizzare, ma illuminare. E togliere il velo dell’ignoranza è uno degli atti più profondamente morali che l’educazione possa compiere.
Perché la scuola, quando è fedele alla sua missione, non insegna cosa desiderare, ma come abitare consapevolmente il proprio essere al mondo.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
