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Fera o’ Luni”: il cuore del commercio di Catania tra tradizione e sfide [REPORTAGE]

Catania, 06 giugno 2025 – L’alba si fa strada tra i vicoli del centro storico di Catania, portando con sé un profumo inconfondibile: quello del mare. Tra urla che sembrano cori, profumi intensi di pesce fresco, passi che si incrociano su sanpietrini consumati dal tempo, ogni mattina prende vita uno dei luoghi più iconici della città: la “Fera o’ Luni”. Non un semplice luogo di commercio, ma un vero e proprio teatro a cielo aperto, un’istituzione millenaria. Il cigolio delle bilance, il rumore del ghiaccio: il copione è scritto ogni giorno in piazza Carlo Alberto, per accogliere turisti con le macchine fotografiche al collo e catanesi armati di borse della spesa. 

Mi avvicino ai banconi, dietro ad ognuno di essi c’è una storia, fatta di mani che lavorano instancabilmente, eredi di generazioni che raccontano la loro lotta quotidiana contro l’avanzare della grande distribuzione e la crescente difficoltà di trovare qualcuno che possa proseguire la loro attività. Enzo, 67 anni, pescivendolo da oltre quarant’anni, mi accoglie, mentre è intento ad organizzare al meglio il pesce che è riuscito ad acquistare giù al porto. “Me nannu vinnia cca, me patri fici u stissu, e pi mia ‘stu travagghiu jè vita“, mi parla in dialetto catanese Enzo, la stessa lingua che utilizza per vendere la merce. Mi racconta che una volta andava fortissimo il pesce azzurro (sardine, alici, sgombri), forse perché costava poco e la gente ne comprava a cassette; negli ultimi anni, mi confida, “viu chi a genti cerca cchiù i pisci “ri lussu”, comu li chiamu iu“, che sarebbero il dentice, la ricciola, l’orata, il sarago. 

Quando gli chiedo del futuro, risponde con un detto locale: “I cravi la panna, ma l’è cunza l’appanna” (anche se non si vuole, i cambiamenti non si possono evitare), ammettendo che non è semplice andare avanti. “Il mercato ha sempre il suo fascino, è un punto di riferimento per la città, ma il supermercato ha orari più comodi, il parcheggio, e la gente si fida della confezione“, afferma. Ed effettivamente, le nuove normative igienico-sanitarie imposte dal comune per adeguamenti strutturali e per la tracciabilità del pesce venduto mettono in serie difficoltà i pescivendoli, e il ricambio generazionale è un’incognita. “Mio figlio ha studiato, fa un altro mestiere,” mi dice Enzo – io però voglio lottare, noi abbiamo la freschezza, il rapporto diretto col cliente, io ti consiglio cosa comprare e come lo devi cucinare il pesce. Questo è il nostro punto di forza e credo che se puntiamo su quello, il mercato può ancora avere il suo perché“. 

Oltre l’aspetto del folklore che affascina i turisti, si nasconde una realtà complessa e in continuo mutamento che però, nonostante tutto, rende ancora oggi il mercato un punto di incontro, di relazioni, custode di dialetti e usanze, un motore economico per molte famiglie. Saluto Enzo, lo ringrazio e faccio un veloce giro tra i banconi strabordanti di pesce di ogni tipo, dai più piccoli ai più grandi come Tonni e Pesci Spada. Mentre cammino, parlo con i primi clienti che da buoni intenditori si sono recati al mercato appena alle 6.30 del mattino, e Alessandra, cliente affezionata che si reca al “Fera o’ Luni” almeno due volte a settimana, mi da una risposta che racchiude il senso del mercato ittico catanese: “Per me è un’esperienza. Qui il pesce è davvero fresco, lo vedi, lo tocchi. È un pezzo della mia Catania che non vorrei mai perdere“. 

Il mercato è lo specchio della città, è il presente che si fa futuro e nel frattempo coltiva il passato, un passato che non vuole essere dimenticato, un mix complesso di tradizione, sfide economiche e aspirazioni di chi, nonostante le difficoltà, non vuole arrendersi. E se da un lato l’onda trasformativa della gentrificazione sta sempre più omologando le nostre città ad uso e consumo del turismo, dall’altro il mercato continuerà a raccontare ciò che i centri commerciali non potranno mai raccontare né vendere: l’anima di una comunità.