Giornata Mondiale della Poesia, la Sicilia celebra la sua lingua: otto secoli di versi che hanno fatto la storia d’Italia
In occasione della Giornata Mondiale della Poesia, istituita dall’UNESCO e celebrata oggi, 21 marzo, la Sicilia ha un motivo in più per festeggiare. Non solo versi, non solo rime: l’isola celebra una lingua che, prima di ogni altra nel territorio italiano, seppe trasformarsi da parlato quotidiano a strumento letterario di altissimo livello.
La culla della poesia italiana: la Scuola Siciliana
Tutto comincia nel XIII secolo, intorno al 1225, alla corte itinerante di Federico II di Svevia. È qui che nasce la Scuola Poetica Siciliana, il primo laboratorio letterario in volgare della storia italiana. Funzionari, notai, intellettuali scelgono il siciliano per cantare l’amor cortese, inaugurando una stagione culturale senza precedenti. A questa stagione dobbiamo invenzioni fondamentali, come il sonetto, attribuito a Giacomo da Lentini, il “Notaro”. Accanto a lui, figure come Guido delle Colonne, Odo delle Colonne, Stefano Protonotaro. In questo clima fiorisce anche il celebre Cielo d’Alcamo, autore della vivacissima Rosa fresca aulentissima, e, poco dopo, la misteriosa Nina da Messina, considerata la prima poetessa in volgare.
Otto secoli di poesia ininterrotta
Da allora, la poesia siciliana non si è mai fermata. Tra Rinascimento e Barocco emergono autori come Antoni di Oliveri, Antonio Veneziano — definito il “Cervantes siciliano” — e i raffinati Simone Rau e Requesenz. Il Seicento e il Settecento vedono la forza popolare di Petru Fudduni, la profondità di Paolo Maura e l’opera monumentale di Giuseppe Fedele Vitale. L’Ottocento illumina due giganti: Giovanni Meli, con la sua grazia arcadica, e Domenico Tempio, voce satirica e civile della Catania del tempo.
La modernità: dal teatro alla denuncia sociale
Tra fine Ottocento e Novecento, la poesia siciliana si rinnova. Nino Martoglio e Luigi Pirandello portano il siciliano sulle scene teatrali con una potenza espressiva unica. Alessio Di Giovanni canta il mondo arcaico delle zolfare. Nel secondo dopoguerra, Ignazio Buttitta restituisce alla lingua una forza politica e sociale straordinaria, dimostrando che il siciliano non è un reperto del passato, ma un organismo vivo, capace di raccontare le speranze e le ferite dell’uomo contemporaneo.
Una lingua letteraria, non un dialetto
Un aspetto spesso dimenticato è che i grandi poeti siciliani non scrivevano nel dialetto del proprio paese, ma in una koinè letteraria: una lingua sovramunicipale, colta, depurata, capace di esprimere poesia ad altissimi livelli. Questa dignità di “lingua di cultura” è il filo rosso che unisce otto secoli di storia poetica.
Un fermento ancora vivo
La poesia in siciliano continua a essere sorprendentemente vitale. Numerosi autori contemporanei pubblicano versi in lingua, e concorsi e premi letterari fioriscono in tutta l’isola. Persino all’estero: l’Associazione Siciliana Buenos Aires Nord (A.S.B.A.N.) ha annunciato un concorso poetico con una sezione dedicata alla lingua siciliana, aperta a poeti di tutto il mondo.
Un patrimonio da custodire
Celebrare la Giornata Mondiale della Poesia in Sicilia significa riconoscere che il siciliano non è un semplice dialetto, ma una lingua fondativa della cultura europea. Dalla penna del Notaro alle piazze di Buttitta, la poesia siciliana continua, da otto secoli, a raccontare chi siamo: un popolo che ha trasformato la parola in memoria, identità e resistenza culturale. Un patrimonio che non smette di parlare, e che oggi più che mai merita di essere custodito e tramandato.

Giornalista
