Hamas: la storia che non si racconta
C’è una storia che non si vede nei telegiornali, eppure spiega gran parte di ciò che accade oggi tra Israele e Palestina. È la storia di Hamas, movimento islamico palestinese che nel corso di quarant’anni è stato al tempo stesso forza politica, organizzazione militare e strumento di propaganda nelle mani di chi voleva manipolare il conflitto.
Hamas nasce nel dicembre 1987, all’inizio della Prima Intifada, come derivazione della Fratellanza Musulmana egiziana. Il suo fondatore, Sheikh Ahmed Yassin, un uomo paralizzato dalla cintura in giù e noto predicatore a Gaza City, creò il movimento con l’obiettivo di unire la resistenza contro l’occupazione israeliana e l’assistenza sociale alla popolazione civile.
In quel periodo, Israele, impegnato a contenere l’influenza della OLP di Yasser Arafat, considerava Hamas un interlocutore religioso utile a indebolire il fronte laico e nazionalista palestinese. Documenti desecretati del Ministero della Difesa israeliano (1989) e testimonianze di Avner Cohen, allora funzionario dell’amministrazione militare di Gaza, confermano che le prime associazioni islamiche vicine a Yassin furono autorizzate e persino finanziate in parte con fondi pubblici per attività caritative e scolastiche.

Negli anni successivi, però, l’assetto cambiò. Con la firma degli Accordi di Oslo (1993) e la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese, Hamas rifiutò di riconoscere Israele e si oppose al processo di pace. Tra il 1994 e il 1997, le sue brigate armate – le Izz al-Din al-Qassam – organizzarono una serie di attentati suicidi in risposta ai massacri di Hebron (1994) e Qana (1996). Da quel momento, la narrazione mediatica internazionale cambiò definitivamente: Hamas divenne sinonimo di terrorismo.
Nel 2004, Israele assassinò con un missile lo stesso Sheikh Yassin, seguito pochi mesi dopo dall’eliminazione di Abdel Aziz al-Rantisi, suo successore. La popolazione di Gaza, già sotto embargo, vide in quegli omicidi mirati la prova che la politica israeliana preferiva distruggere i leader piuttosto che negoziare.
Quando nel gennaio 2006 Hamas vinse le elezioni legislative palestinesi – con il 44 % dei voti e una maggioranza netta nel Consiglio – la comunità internazionale non riconobbe pienamente il risultato. Israele reagì imponendo un blocco economico totale alla Striscia di Gaza, mentre gli Stati Uniti e l’Unione Europea sospesero gli aiuti all’Autorità Palestinese. L’anno seguente, dopo scontri armati con Fatah, Hamas prese il controllo di Gaza, istituendo un proprio governo de facto.
Da allora, Gaza è diventata una prigione a cielo aperto, come la definì nel 2010 l’inviato dell’ONU Richard Falk, e Hamas – intrappolato nel ruolo di potere che aveva conquistato – è stato progressivamente ridotto a nemico assoluto, non più forza politica ma “obiettivo legittimo”.
Israele, per parte sua, ha costruito un racconto preciso e duraturo: Hamas come entità terroristica irriformabile, priva di qualunque componente civile.
Eppure, studiosi israeliani come Avi Shlaim (Università di Oxford) e Ilan Pappé (Università di Exeter) hanno documentato come questa immagine sia stata coltivata per anni da un sistema di informazione controllata, utile a mantenere lo stato di eccezione e la logica del “nemico perenne”.
Nelle interviste rilasciate a Haaretz tra il 2017 e il 2019, ex ufficiali dell’intelligence israeliana – tra cui Brig. Gen. Yitzhak Segev, governatore militare di Gaza negli anni ’80 – hanno ammesso di aver “sottovalutato il potenziale politico” di Hamas e di averlo “involontariamente rafforzato come contropeso all’OLP”.
Oggi, a distanza di quasi quarant’anni, la storia ha completato il suo paradosso: un movimento religioso di base, inizialmente tollerato da Israele, è divenuto la giustificazione permanente per ogni operazione militare nella Striscia.
La popolazione civile continua a pagarne il prezzo: migliaia di morti, case distrutte, intere generazioni cresciute senza luce né acqua potabile.
La verità, se la si cerca nella cronologia e non nella propaganda, è semplice e terribile insieme: Hamas è stato al tempo stesso creatura e nemico del sistema che lo ha generato.
Solo riconoscendo questa ambiguità storica sarà possibile comprendere che la pace non nasce mai dal silenzio del più forte, ma dal coraggio di guardare la verità, anche quando non conviene a nessuno.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
