Hormuz chiude (ancora), i negoziati galleggiano. E intanto Meloni riceve una pistola: simbolo di cosa?
Lo Stretto di Hormuz torna al centro della scena. O meglio, torna a essere il rubinetto del mondo che si continua ad aprire e chiudere a dis-piacimento. Quando si parla di petrolio, gas e commerci globali, basta una serrata, anche temporanea, per far salire la pressione ai mercati più velocemente del prezzo della benzina al distributore.

Nel frattempo, i negoziati vanno avanti. O almeno così dicono. Si trascinano da settimane con la stessa energia delle onde di un mare senza vento: avanti, indietro, avanti, indietro. Tanti comunicati, molte dichiarazioni, pochissime decisioni. Il grande accordo definitivo sembra sempre dietro l’angolo, ma quell’angolo continua a spostarsi. E l’Europa? Come spesso accade quando la geopolitica accelera, Bruxelles sembra aver scelto la prudenza assoluta. Tradotto: osserva, commenta, invita alla de-escalation e spera che qualcun altro risolva il problema. Una strategia che, a giudicare dai risultati, assomiglia sempre più a quella dello spettatore che guarda la partita sperando che finisca ai rigori. L’Italia segue la stessa linea. Diplomazia, appelli, equilibrio. Tutto legittimo. Ma mentre il mondo ridisegna gli equilibri strategici, la sensazione è che Roma continui a muoversi con il freno a mano leggermente tirato.
Poi arriva l’immagine destinata a far discutere. Recep Tayyip Erdoğan consegna a Giorgia Meloni una pistola decorativa in dono istituzionale. Un regalo certamente insolito, soprattutto in un periodo in cui le cronache internazionali parlano ogni giorno di guerre, missili e minacce. Ed è inevitabile che sorgano le domande. Che significato ha un simile omaggio? Un semplice oggetto dell’artigianato turco? Un simbolo della tradizione? Un gesto di amicizia diplomatica? Oppure un messaggio di forza, come spesso accade nel linguaggio, nemmeno troppo nascosto, della geopolitica?
Naturalmente nessuno pensa che quel dono finisca davvero nella borsetta della premier durante i Consigli europei. E no, non servirà certo a “spaventare Trump”. La politica internazionale continua a giocarsi con dazi, sanzioni, eserciti, alleanze e telefonate riservate, non con i regali protocollari. Ma proprio perché è un oggetto altamente simbolico, una domanda resta sospesa. Nel pieno di una fase internazionale dominata da intimidazioni, riarmo e rapporti di forza, era davvero questo il regalo più appropriato da immortalare davanti ai fotografi? Perché nella diplomazia anche gli oggetti parlano. A volte più dei comunicati ufficiali.

E mentre Hormuz rischia ancora di diventare il collo di bottiglia dell’economia mondiale, forse il vero problema non è la pistola ricevuta da Meloni, ma il fatto che, davanti alle grandi crisi, l’Europa continui a presentarsi armata soprattutto… di comunicati stampa.

