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IL DRAMMA DELLA SOLITUDINE

Di recente mi ha colpita una notizia su un suicidio, sul dramma di una solitudine profonda come un abisso. Il fatto che la vittima dell’indifferenza fosse un partinicese, un conoscente, mi ha trafitta con un dolore quasi fisico. Mi sono vista al suo posto, a combattere con i fantasmi del passato e con l’incertezza verso il futuro, con le lacrime ferme sotto le ciglia, dove nessuna mano si tendeva ad asciugarle, nessun orecchio si porgeva ad ascoltare il sussurro di un’anima alla deriva.

Che una piccola comunità come quella di Partinico, con appena 30.000 abitanti, sia già giunta al capolinea dell’umanità e dell’indifferenza, mi fa pensare anche al terribile vuoto che alberga nell’animo dei nostri giovani. Potrebbe sembrare un non-senso, ma le vecchie generazioni sono funzionali alla crescita e alla maturazione delle giovani generazioni.

Ho sempre visto gli anziani come radici che tengono ancorati al suolo l’umanità e il buon senso della generazione successiva. Un uomo che si toglie la giacca e l’appende a un chiodo per farla finita è il fallimento di tutta la nostra comunità: non il fallimento di un uomo, di un solo uomo, ma di tutti quanti, di ognuno di noi, nessuno escluso.

Il pensiero del suicidio è un processo lento, una maturazione alla sconfitta che giorno per giorno prende piede. Non è un atto fulmineo, ma il risultato di una rinuncia. È trovarsi sull’orlo di un precipizio, aggrappati a una roccia, e decidere di lasciare la presa e lasciarsi andare: sentirsi insignificanti, piccoli, non importanti, come una pila esausta che non ha più alcuna funzione di utilità.

Ed ecco, a questo punto, una parola che vorrei sottolineare e invitare ogni lettore di questo articolo a tenere presente sempre: UTILITÀ. La nostra società umana organizzata nasce perché ognuno di noi si presta ad aiutare gli altri; la vera forma della società sta nell’utilità, ma non un’utilità che si confonde con il mero utilitarismo economico. È un’utilità vera, una forma di amore fraterno che accomuna la natura umana e che, al di là di ogni religione, credo, società, accordo, familiarità, amicizia, amore sensuale, spinge ogni individuo a vedere l’altro come specchio di se stesso.

E allora, non neghiamo un sorriso, una stretta di mano, un po’ di tempo a chi, nella solitudine della sua vecchiaia, si vede finito. Perché nessuno è finito fino al suo ultimo respiro, nessuno è inutile, nessuno è di troppo.

Riflettiamo sul dramma della nostra società e proviamo a essere noi, ognuno di noi, il cambiamento, affinché nessun altro uomo o donna senta di dover salutare il mondo in silenzio.

In memoria di Ugo Toia, perché il suo gesto non scivoli via come un fatto di cronaca, ma resti come domanda aperta alle nostre coscienze.