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Il faro delle anime perdute

Il mare che circondava l’isola di Skarholm, nel Nord Atlantico, non conosceva pace. Onde alte come palazzi si abbattevano sugli scogli, e il vento urlava come un animale in catene.

Su quella roccia dimenticata si ergeva un faro, solitario e imponente, che da secoli guidava i naviganti e inghiottiva i segreti dei naufraghi.

Fu lì che arrivò Isabel Hartmann, giovane botanica tedesca, con l’incarico di catalogare le rare piante che crescevano nelle fenditure della scogliera. Un viaggio di studio che per lei era anche una fuga: da Berlino aveva lasciato un fidanzato possessivo e una vita che non le apparteneva più.

Ad accoglierla sull’isola c’era Ewan McGrath, guardiano del faro. Un uomo schivo, dagli occhi di ghiaccio, segnato da un passato misterioso: dieci anni prima, la sua promessa sposa era annegata in circostanze mai chiarite, proprio davanti al faro. Da allora, la gente dei villaggi vicini diceva che l’isola fosse maledetta, e che le anime dei morti reclamassero compagnia.

La prima notte, Isabel udì bussare alla porta della sua stanza. Aprì, ma non c’era nessuno. Solo un foglio piegato in due, scivolato sotto la porta: “Non fidarti di chi veglia la luce.”

Il giorno dopo, durante una passeggiata lungo la scogliera, Isabel scoprì una piccola croce di ferro arrugginito, incastonata tra le rocce. Vi era inciso un nome: Elspeth. Era la donna perduta di Ewan.

Le giornate passarono tra il ruggito del mare e l’eco dei silenzi. Isabel ed Ewan si avvicinarono lentamente: lui le mostrava i meccanismi del faro, lei annotava ogni dettaglio delle erbe selvatiche. Ma nei suoi occhi c’era sempre un’ombra.

Una notte, durante una tempesta che spezzò l’orizzonte, Isabel salì di corsa nella torre del faro. Lo trovò vuoto, la luce spenta. Sul pavimento, un’altra croce di ferro, questa volta con il suo nome inciso. Il cuore le gelò. Scese, corse tra la pioggia fino al magazzino.

Fu lì che scoprì la verità: una stanza nascosta, piena di oggetti appartenuti a donne scomparse. Fazzoletti, gioielli, diari, tutti ordinati con cura morbosa. Ewan la sorprese mentre teneva in mano uno di quei cimeli. “Non dovevi vederlo” mormorò, la voce rotta tra dolore e follia. Ma non alzò la mano contro di lei. Confessò invece che non era stato lui a uccidere Elspeth, ma suo fratello minore, annegato durante un naufragio subito dopo.

Da allora, Ewan si era convinto che il faro custodisse le anime di tutte le donne che la tempesta aveva rubato al mare. Collezionava gli oggetti non per crudeltà, ma per memoria.

Isabel, divisa tra la paura e una compassione che la spezzava, gli tese la mano. “Non puoi vivere nel buio per sempre.”

Quella notte, insieme, riaccesero la luce del faro. La tempesta si placò, come se le anime reclamate avessero trovato riposo.

Quando Isabel lasciò l’isola, portò con sé una certezza: non tutti i misteri hanno soluzioni, e non tutti gli amori sono destinati a essere vissuti. Ma nella luce che si accendeva ogni notte sul mare, sapeva che c’era un uomo che l’avrebbe sempre aspettata.