Il Giglio di Fuoco e il Segreto del Nord
Capitolo III: La Caccia del Bavoso e la Chiave Dimenticata
Il suono a martello della campana del Monastero di Santa Chiara lacerò l’aria salmastra, un grido metallico che non annunciava la preghiera, ma la fuga e l’onta.
Violante e Fredrik, stretti l’uno all’altra, correvano giù per la strada polverosa che conduceva al mare. La ragazza, pur avvolta in un mantello da monaca che le nascondeva i capelli di fuoco, sentiva il cuore battere all’impazzata, mescolando paura e l’ebbrezza della libertà appena conquistata.
“Ci raggiungerà,” ansimò Violante, indicando il frastuono degli zoccoli che si avvicinava. Erano le guardie del Commendatore, guidate da Umberto De Santis in persona, che, per l’umiliazione subita, era sul punto di esplodere in una collera cieca e animalesca.

Arrivarono al molo. Lì, come promesso, li attendeva una piccola feluca, il cui barcaiolo, un vecchio pescatore fedele a una causa segreta del Nord, li fece salire in fretta.
Mentre la barca si allontanava, navigando tra le prime ombre del crepuscolo, Violante si accorse di avere ancora in mano il pesante candelabro d’argento che aveva usato per colpire Suor Serafina. Mentre lo rigirava, notò qualcosa di strano: il piede del candelabro si svitava leggermente. Spinta da un oscuro presentimento degno delle sue letture più misteriose, lo aprì.
All’interno, avvolta in un minuscolo pezzo di pergamena arrotolata, c’era una piccola chiave di ferro invecchiato. Sulla pergamena, due sole parole, scritte con una calligrafia nervosa: “La Vigna Vecchia”.
“Cos’è?” chiese Fredrik, mentre virava la barca per sfuggire all’inseguimento.
“È di Suor Serafina,” rispose Violante, la sua mente coltissima in pieno fermento. “Questo non è un candelabro qualsiasi. È un nascondiglio. Questo è il vero prezzo del suo tradimento, o forse… il suo segreto finale.”
Fredrik la guardò, i suoi occhi di principe ora pieni di rispetto per l’intelligenza della fanciulla. “La Vigna Vecchia… La tenuta abbandonata sul confine di Roccamare? È un luogo dove venivano stipulati accordi segreti per il contrabbando. Se c’è un tesoro, o documenti, là dentro…”
Il piano fu rapido e disperato. Invece di fuggire via mare, si fecero sbarcare in una caletta nascosta e si diressero a piedi verso il Castello Bellavista, muovendosi nel buio, come fantasmi che tornano a reclamare ciò che è loro. Umberto De Santis, invece, era convinto che avessero preso il largo e si lanciò in un inseguimento furioso lungo la costa.
Raggiunsero la Vigna Vecchia, una casetta fatiscente avvolta dalle viti secche. La chiave si adattò perfettamente alla serratura della porta di cantina.
Sotto, non c’era né oro né gioielli. C’erano solo casse piene di documenti contabili e, in bella vista su un tavolino, una lettera sigillata e un testamento scritti di pugno da Erik Borg, il giovane Borg assassinato.
Violante aprì la lettera. Leggendo velocemente, capì l’orribile verità che legava tutti:
- L’Omicidio: Erik aveva scoperto che Umberto De Santis non solo comprava la nobiltà in rovina (come i Roccamare) con denaro sporco proveniente da traffici illeciti (probabilmente zolfo e armi), ma aveva anche organizzato l’omicidio del vero erede di una famiglia baronale danese per favorire l’ascesa di un cugino, alleato di De Santis, e destabilizzare il governo a Copenaghen.
- Il Tradimento di Serafina: La monaca aveva le prove di un antico furto di reliquie sacre commesso da Umberto in gioventù, e la chiave serviva a nascondere questi documenti per ricattarlo. Il commendatore l’aveva pagata non per tradire Violante, ma per non usare la chiave.
- La Morte di Erik: Erik Borg non era stato ucciso perché era l’amico di Fredrik, ma perché aveva trovato e duplicato una parte cruciale di questi documenti che legavano Umberto al complotto danese. Umberto sapeva che il “cuoco” era un principe in cerca di prove e lo aveva fatto eliminare.
La vendetta, Violante lo capì, non era l’amore, ma la giustizia.
L’odore di vino invecchiato e di terra umida riempiva il sotterraneo quando sentirono un rumore sordo provenire dalla porta. Erano tornati i genitori di Violante, guidati dalla disperazione e dalla convinzione che la figlia fosse in quel nascondiglio segreto. Ma dietro di loro, ansante e viscido, c’era Umberto De Santis, tornato sui suoi passi dopo aver fallito l’inseguimento marittimo, avvertito da una guardia rimasta al Castello.
“Eccoti, sgualdrina ingrata e tu, cuoco da strapazzo!” grugnì Umberto, il suo volto sudato e rosso per la corsa. “Non scapperai da questo matrimonio e non mi toglierai le mie proprietà!”
Fredrik si mise davanti a Violante, stringendo i documenti come uno scudo. “Non siamo qui per fuggire, commendatore,” disse Fredrik, la sua voce ora non più quella del cuoco, ma del principe. “Siamo qui per darti la tua merce.”
Umberto si lanciò verso di loro, le mani protese come artigli. Ma i genitori di Violante, il Barone e la Baronessa di Roccamare, erano stati colti da un orrore e un’indignazione che andava oltre il debito.
“Basta, Umberto!” gridò il Barone, un uomo ormai anziano ma che ritrovò un barlume dell’onore perduto. “Non avrai mia figlia! E non avrai il mio nome macchiato dal sangue e dal tuo sordido commercio!”
In quel momento di caos, Violante, con la prontezza di una vera eroina di Agata Christie, lanciò i documenti a terra, spargendoli davanti ai piedi di Umberto. “Ecco le tue proprietà! Prendi il tuo omicidio, prendi i tuoi ricatti, prendi il tuo tesoro macchiato!”
Umberto, accecato dall’avidità e dalla rabbia, si chinò per raccogliere le carte. In quell’istante, un servitore di Umberto che lo aveva seguito, un uomo che aveva subito anni di soprusi, vide il pugnale abbandonato da Padre Anselmo sul davanzale. Con un urlo liberatorio, lo afferrò e lo scagliò.
Non Umberto, ma la lanterna a olio che il commendatore teneva in mano fu colpita in pieno. L’olio si riversò sulle carte e sul vino rovesciato. Una fiamma improvvisa si levò.
Umberto barcollò indietro urlando, bruciacchiato dalle fiamme che avvolgevano le sue prove e la sua ricchezza segreta. La sua vera punizione non fu la morte, ma l’umiliazione e la rovina, la perdita di tutti i documenti che attestavano il suo potere illecito e la sua colpevolezza nell’omicidio di Erik…….CONTINUA

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
