Il paradosso Trump: isolare l’Iran passando da Mosca?

La geopolitica, si sa, non è un gioco da tavolo. Anche perché a un certo punto qualcuno cambia le regole, rovescia il tavolo e manda il conto a Bruxelles. Con Donald Trump, però, il paradosso raggiunge livelli quasi artistici. Washington può imporre decisioni globali dirompenti grazie a una forza d’azione che pochi Paesi possono permettersi. Ma lo fa mentre gli Stati Uniti navigano in un mare di incertezza: divisioni interne, alleati storici sempre meno docili e rapporti internazionali che somigliano più a una chat di famiglia che a un’alleanza militare.
E poi ci sono 4,8 miliardi di dollari. Una cifra che, nel nuovo rebus geopolitico, aiuta a spiegare perché Washington potrebbe avere bisogno di Mosca per aumentare la pressione su Teheran. Il piano, sulla carta, è semplice: stringere il cappio sull’Iran, colpire le sue reti economiche e limitare le forniture militari, comprese quelle destinate alla Russia. In particolare, i droni iraniani rappresentano un tassello importante nei rapporti tra Teheran e Mosca. Ma qui scatta il cortocircuito strategico. Se le sanzioni americane riescono davvero a bloccare i droni iraniani diretti in Russia, chi compenserà Putin per quella perdita? Perché privare Mosca di una fornitura non significa automaticamente renderla più debole: significa anche aprire un vuoto. E i vuoti, in geopolitica, durano meno di una promessa elettorale.
Ecco allora l’ironia più clamorosa: per isolare l’Iran, gli Stati Uniti potrebbero trovarsi – direttamente o indirettamente – a favorire la creazione di nuove compensazioni per la Russia. In pratica, Washington colpisce Teheran, Mosca perde un fornitore e qualcuno deve rimettere i pezzi sulla scacchiera. Un meccanismo che rischia di produrre l’effetto più surreale possibile: gli americani costretti, in qualche forma, a compensare ciò che l’Iran non venderà più a Putin. Benvenuti nella geopolitica del 2026, dove il nemico del mio nemico non è necessariamente mio amico. Magari è un cliente, un intermediario o semplicemente quello che, per ora, ha ancora qualcosa da venderti. Il vero paradosso Trump sta tutto qui: esercitare una pressione enorme sul sistema globale proprio mentre il sistema globale diventa sempre più difficile da controllare. Le alleanze non sono più blocchi monolitici, ma contratti a tempo determinato. I principi contano, certo. Finché non arriva un interesse più urgente.

E così Washington può aver bisogno di Mosca per isolare Teheran, mentre cerca contemporaneamente di limitare il peso strategico della Russia. Un capolavoro di equilibrismo. O un gigantesco cortocircuito, dipende da quale lato del filo si guarda. La lezione è brutale ma semplice: oggi la geopolitica non segue una logica lineare. Segue il denaro, la sicurezza, le forniture e l’interesse del momento. E quando sul tavolo ci sono 4,8 miliardi di dollari, anche le alleanze più improbabili smettono improvvisamente di sembrare così assurde. Del resto, nella politica internazionale i principi sono spesso scritti in grande. Le clausole sugli interessi? Quelle, come sempre, sono in caratteri piccolissimi.

