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Il pollice assassino

Ci sono mestieri che richiedono pazienza. Poi c’è il fruttivendolo di Partinico, che meriterebbe direttamente la beatificazione.

L’altro giorno sono entrata in un negozietto del centro per comprare due pesche e un grappolo d’uva. C’erano il profumo della frutta appena sistemata, il ventilatore che faceva quello che poteva contro il caldo africano e il povero fruttivendolo che, con un asciugamano sulla spalla, asciugava più il sudore che le cassette.

Sembrava una mattinata tranquilla.

Sembrava.

Perché, puntuale come il suono delle campane di mezzogiorno, entra Lei.

La Signora del Controllo Qualità.

Quella che, se la mandassero nelle campagne, farebbe perdere il raccolto prima ancora che arrivino gli insetti.

Si avvicina lentamente alle pesche. Ne prende una. La gira. La osserva come un archeologo davanti a un reperto etrusco. Poi stringe leggermente con il pollice.

«Mmm…»

La rimette giù.

Ne prende un’altra.

Stesso trattamento.

Poi una terza.

Poi una quarta.

Alla quinta entra in funzione l’arma segreta: l’unghia.

Una piccola pressione sulla buccia. Appena un’incisione, quasi impercettibile. Ma sufficiente a lasciare quel ricordino che, dopo qualche ora, trasformerà una pesca perfetta in una pesca ammaccata.

Il fruttivendolo osserva in silenzio.

Sorride.

Quel sorriso che hanno solo le persone educate quando stanno pensando esattamente il contrario di quello che mostrano sul volto.

Io, nel frattempo, assistevo alla scena fingendo di scegliere le susine.

La signora passa ai fichi.

Li conta.

Li sposta.

Li riallinea.

Ne prende uno.

Lo annusa.

Lo rigira.

Lo schiaccia con due dita.

«Questo è troppo maturo.»

Lo rimette sopra gli altri.

Il fico, da quel momento, entra ufficialmente nella categoria dei reduci di guerra.

Ma il meglio doveva ancora arrivare.

Un signore, poco più in là, prende un melone.

Lo bussa.

Toc.

Toc.

Toc.

Lo avvicina all’orecchio.

Lo scuote.

Come se il melone, opportunamente interrogato, potesse confessare spontaneamente il proprio grado zuccherino.

Il fruttivendolo continua a sorridere.

Asciuga il bancone.

Sistema due cassette.

Fa finta di non vedere.

Ormai ha raggiunto quello stato di serenità mistica che solo vent’anni dietro un banco di frutta possono regalare.

La signora, intanto, non si ferma.

Passa alle albicocche.

Le gira tutte.

Una ad una.

Poi arriva alle pere.

Anche loro vengono sottoposte allo stesso trattamento investigativo.

A quel punto mancavano solo gli avvocati difensori della frutta.

Finalmente, dopo aver manipolato mezza bancarella, arriva la sentenza.

«Mah… oggi non mi convince niente.»

E se ne va.

A mani vuote.

Dietro di lei rimangono pesche con l’impronta del pollice, fichi depressi, albicocche spostate, pere traumatizzate e un fruttivendolo che continua a sorridere con l’eroismo silenzioso di chi sa che, dopo cinque minuti, entrerà il cliente successivo e ricomincerà tutto daccapo.

Ora, sia chiaro. Scegliere la frutta è sacrosanto. Nessuno pretende che si compri una pesca marcia o un fico acerbo. Ma una cosa è scegliere, un’altra è trasformare il banco della frutta nel laboratorio dei RIS.

Perché quella pesca che oggi viene schiacciata con il famoso “pollice assassino” domani non la comprerà più nessuno. E il danno, alla fine, lo paga il commerciante. Quel commerciante che si alza all’alba, va al mercato ortofrutticolo, sceglie con cura la merce migliore e spera soltanto che arrivi a sera ancora bella da vedere.

Forse dovremmo ricordarci una regola tanto semplice quanto dimenticata: la merce che non è ancora nostra merita lo stesso rispetto delle cose che già ci appartengono.

Perché l’educazione non si misura soltanto da come si parla alle persone.

Si riconosce anche da come si accarezza una pesca.

E, credetemi, il fruttivendolo vede tutto.

Anche quando finge di essere impegnato a sistemare le zucchine. 🍑😁