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Il potere d’oro: quando la sovranità diventa teatro

C’è un filo sottile che lega tutte le democrazie contemporanee: la paura di perdere il controllo.
E così, mentre la Commissione europea avvia un procedimento contro l’Italia per l’uso “improprio” del cosiddetto golden power — la facoltà del governo di intervenire nelle operazioni economiche ritenute strategiche — si riaccende il vecchio conflitto tra autonomia nazionale e regole sovranazionali, tra politica e mercato, tra il desiderio di decidere e la necessità di obbedire.

Il governo italiano, negli ultimi mesi, ha esteso l’applicazione del golden power anche al settore bancario, opponendosi a fusioni e acquisizioni che Bruxelles considera compatibili con il principio della libera concorrenza. Ma dietro la formula tecnica, dietro le parole misurate dei comunicati, si cela una questione più profonda: che cosa resta oggi della sovranità, in un mondo dove il potere non è più nei Parlamenti, ma nei parametri?

Il diritto comunitario, con la sua architettura razionale, è nato per impedire gli abusi degli Stati. Ma in questa sua missione civilizzatrice, l’Europa ha spesso dimenticato che il potere — per restare legittimo — deve anche restare umano.
Un governo che non può intervenire per proteggere le proprie banche, le proprie industrie o le proprie telecomunicazioni, diventa un attore svuotato, un regista che firma decreti ma non scrive più la trama.
Eppure, ogni volta che un esecutivo invoca la “difesa dell’interesse nazionale”, si insinua un dubbio antico: è davvero l’interesse del Paese, o l’interesse del potere a mantenere se stesso?

Il golden power, nella sua formulazione originaria, doveva essere un baluardo eccezionale — una chiave da usare solo in casi estremi per proteggere infrastrutture critiche.
Ma in Italia, come spesso accade, l’eccezione si è trasformata in regola, e la tutela in pretesto.
Perché il potere, quando scopre il sapore dell’eccezione, tende a ripetersi.
E così, nel nome della sovranità, la politica riafferma il suo diritto a intervenire dove l’economia, da sola, non accetta più di essere governata.

Ma forse, il cuore di questa vicenda non sta nella finanza, bensì nella filosofia del potere.
Da Hobbes a Weber, da Machiavelli a Foucault, il potere si è sempre travestito da necessità. Oggi il suo nuovo travestimento è la “sicurezza economica”.
Dietro l’apparente prudenza di un decreto si nasconde una forma di controllo: non più sul cittadino, ma sul capitale, sulle decisioni che producono consenso, sulle scelte che costruiscono immagine.
Il golden power non è dunque solo una misura di difesa: è una metafora del potere che teme di scomparire.

L’Italia, in questa storia, recita un ruolo che conosce bene: quello del Paese che vuole contare ma si scopre sorvegliato, che invoca libertà ma resta prigioniero della propria burocrazia.
Si erge a paladina dell’interesse nazionale, ma spesso usa quell’interesse come scudo simbolico, come parola d’ordine per riempire un vuoto di credibilità politica.
Nel frattempo, l’Europa osserva, ammonisce, indaga. E nel suo sguardo tecnocratico, smarrisce la complessità del sentimento politico: la necessità di appartenenza, la paura del declino, il bisogno di identità.

Forse il problema non è il golden power, ma l’assenza di un potere che sappia ancora essere “giusto”.
Un potere che non abbia bisogno di aggrapparsi all’eccezione per sentirsi vivo, ma che ritrovi nel diritto — e non nel decreto — la sua legittimità morale.
Oggi, più che mai, l’Europa e i suoi Stati sembrano due personaggi di un dramma antico: uno teme l’anarchia, l’altro teme la gabbia. E intanto, nel mezzo, si consuma la crisi della politica, che non sa più distinguere tra il difendere e il dominare.

Il potere d’oro di cui parla la legge non è più quello economico, ma quello simbolico: la possibilità di dire “posso”.
E quando la politica si riduce a questo — a un gesto di affermazione senza contenuto — allora la sovranità si trasforma in teatro.
Un teatro dove si recita ancora la parola “Stato”, ma il sipario è già calato da tempo.