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Il respiro nel muro

La casa di via San Michele era rimasta vuota per vent’anni. Una palazzina di tre piani, finestre annerite, persiane divelte. I bambini del quartiere ci passavano davanti in silenzio, trattenendo il fiato, perché giuravano di sentire un rumore strano provenire dai muri: un respiro lento, regolare, come se l’edificio fosse vivo.

Quando finalmente arrivò un nuovo acquirente, si decise di ristrutturarla. Gli operai entrarono a gruppi, ma uno alla volta cominciarono a licenziarsi senza spiegazioni. Un muratore disse soltanto: “Non torno lì dentro. Le pareti parlano”.

Il nuovo proprietario, scettico, volle verificare di persona. Salì al secondo piano e bussò contro una parete. Gli sembrò di sentire, sotto l’intonaco, un battito. Non un rumore, ma un cuore che pulsava. Continuò a picchiare finché non decise di sfondare con un martello.

Dietro al muro trovò un corridoio stretto, che non risultava su nessuna pianta della casa. L’aria era densa, irrespirabile, e dal fondo proveniva un sussurro indistinto, simile a un pianto di bambino. Fece qualche passo, illuminando con la torcia del telefono, e vide file di porte chiuse. Su ognuna, nomi incisi a mano. Alcuni li riconobbe: erano i nomi degli inquilini che negli anni erano spariti senza lasciare traccia.

Aprì la prima porta. Dentro non c’era nessuno, solo un letto disfatto e una sedia rivolta verso il muro. Sulla parete, incise con le unghie, centinaia di volte la stessa parola: uscire.

Un colpo improvviso chiuse il corridoio alle sue spalle. Le luci del telefono si spensero. Nell’oscurità, il respiro del muro tornò, più forte, più vicino, come se non fosse mai appartenuto alla casa… ma a lui.

Da quella sera, nessuno ha più visto il nuovo proprietario. La casa è ancora lì, abbandonata, e chi passa giura che, avvicinando l’orecchio ai muri, si senta un respiro diverso: affannoso, disperato, come quello di chi cerca aria e non la trova.