Il telecomando
Ci sono oggetti che entrano nelle nostre case con un solo compito: semplificarci la vita. E poi c’è il telecomando, che da anni sembra aver scelto una missione completamente diversa: mettere alla prova la tenuta psicologica delle famiglie.
Succede sempre nelle sere d’estate, quando fuori il caldo non dà tregua e dentro casa il condizionatore lavora senza riuscire a convincere nessuno che quei trentotto gradi siano soltanto un’impressione. La cena è finita, i piatti sono stati sistemati alla meglio e finalmente arriva il momento tanto atteso: tutti sul divano.

È allora che qualcuno, con la leggerezza di chi non immagina la tempesta che sta per scatenare, pronuncia la frase più pericolosa dell’estate.
«Ma… il telecomando dov’è?»
Il silenzio che segue è quasi religioso.
Poi, improvvisamente, ogni componente della famiglia assume un ruolo ben preciso.
C’è il padre che si trasforma nell’investigatore capo. Comincia a guardare sotto i cuscini con la stessa concentrazione di un archeologo davanti a un’antica tomba egizia. C’è la madre che, senza ancora alzarsi dal divano, emette la prima sentenza.
«Ve l’ho sempre detto. In questa casa nessuno rimette mai niente al proprio posto.»
È una frase che non risolve il problema, ma viene pronunciata ugualmente. Fa parte della tradizione.
I figli, invece, anticipano persino le accuse.
«Io non l’ho preso.»
Curiosamente nessuno glielo aveva ancora chiesto.
Ed è proprio questo che li rende immediatamente sospetti.
Nel giro di pochi minuti il salotto cambia volto. I cuscini vengono rivoltati uno a uno. Si guarda sotto il tavolino, dietro le tende, nel portariviste, perfino vicino alle piante del balcone. Qualcuno apre persino il frigorifero. Non perché creda davvero che il telecomando abbia deciso di mettersi al fresco, ma perché, dopo un quarto d’ora di ricerche, anche le ipotesi più assurde acquistano una loro inspiegabile dignità.
Vera Malizia, qualche sera fa, ha avuto il privilegio di assistere a una scena che meriterebbe di essere inserita tra le tradizioni popolari siciliane.
Il capofamiglia era ormai inginocchiato davanti al divano. Aveva il cellulare acceso come una torcia e un’espressione da uomo che aveva perso ogni speranza. Ogni tanto si fermava, si asciugava il sudore con il dorso della mano e ripeteva sottovoce:
«Non è possibile… sparisce sempre quando serve.»
La moglie, nel frattempo, continuava a distribuire rimproveri generici, quelli che non hanno un destinatario preciso ma riescono a colpire tutti contemporaneamente.
Il figlio cercava il telecomando con un entusiasmo palesemente finto, mentre la nonna osservava la scena in religioso silenzio. Ogni tanto sorrideva sotto i baffi, come chi conosce già il finale di un film visto cento volte.
Perfino il cane, incuriosito da tutto quel movimento, aveva iniziato ad annusare sotto il divano, diventando improvvisamente il membro più collaborativo della famiglia.
Poi arrivò il colpo di scena.
Il padre, sconfitto, si lasciò cadere sul divano.
Tac.
Dal bordo del cuscino scivolò lentamente il telecomando, che fino a quel momento aveva trascorso l’intera serata comodamente sotto la sua coscia.
Seguì quel silenzio che nelle famiglie dura appena due secondi ma dice molto più di qualsiasi discussione.
La madre lo guardò senza dire una parola.
Il figlio abbassò la testa per non farsi vedere mentre rideva.
La nonna, con quella dolce ironia che solo le nonne possiedono, si limitò a sospirare:
«E pensare che il colpevole lo stavamo cercando dappertutto…»
Il capofamiglia raccolse il telecomando cercando disperatamente una spiegazione che gli restituisse almeno un frammento di dignità.
«Io lo sapevo dov’era… stavo solo controllando se voi lo trovavate.»
Nessuno gli credette.
Ma nessuno infierì.
Perché nelle famiglie vere funziona così. Si litiga per cinque minuti, si ride per i successivi dieci e, alla fine, il telecomando torna al suo posto. O almeno così si promette ogni volta.
La verità è che il telecomando non si perde quasi mai.
È lui che, ogni tanto, si prende il lusso di ricordarci una cosa semplicissima: le scene più divertenti della nostra vita non passano in televisione.
Accadono sul divano di casa.
E Vera Malizia, quando sente qualcuno chiedere «Dov’è il telecomando?», ormai non si alza nemmeno più.
Si mette comoda.
Perché sa già che lo spettacolo sta per cominciare.

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