Il tribunale del popolo e l’orfano
Un femminicidio non finisce mai nel giorno in cui viene compiuto.
Continua.
Si espande.
Si infiltra nelle vite che restano, deformandole una a una.
Quando alla morte di una donna si aggiunge il doppio suicidio dei genitori dell’uomo che l’ha uccisa, la tragedia assume una dimensione ulteriore, più profonda, più inquietante. Non siamo più davanti a un singolo crimine, ma a una catena di disperazione che interroga l’intero corpo sociale.
La fragilità umana, oggi, non è più solo individuale.
È amplificata da un contesto che espone senza proteggere, giudica senza comprendere, condanna senza attendere.
Una società che confonde la giustizia con la punizione emotiva e affida il verdetto alla massa.

Dal punto di vista psicologico, la gogna mediatica produce un effetto preciso: la perdita totale di identità.
Chi viene travolto dal giudizio collettivo smette di essere persona e diventa funzione simbolica.
“Il colpevole”, “i genitori del colpevole”, “la famiglia del mostro”.
In questo clima, il dolore privato non ha spazio.
La vergogna diventa pubblica.
Il silenzio impossibile.
Il doppio suicidio non è un gesto improvviso né incomprensibile.
È l’esito estremo di una depressione da persecuzione sociale, una condizione in cui l’individuo si percepisce costantemente osservato, giudicato, inchiodato a una colpa che non ha possibilità di espiazione.
Quando non esiste più futuro immaginabile, la morte appare, nella mente fragile, come l’unica forma di sottrazione.
Ma la folla non si ferma.
La massa digitale non cerca giustizia: cerca soddisfazione.
Come una belva assetata di sangue, non è placata dalla verità né dal processo. Vuole vedere soffrire. Vuole infliggere dolore come risarcimento emotivo.
In questo tribunale informale, rapido e feroce, la giustizia istituzionale perde valore.
Il processo diventa irrilevante.
Conta solo il verdetto immediato, pronunciato da chi non porterà alcuna responsabilità delle sue parole.
E poi c’è il bambino.
Un bambino che attraversa tutto questo senza strumenti, senza voce, senza colpa.
Un bambino che diventa il contenitore del dolore di tutti: della madre uccisa, del padre colpevole, dei nonni suicidi, di una società che giudica e poi dimentica.
Dal punto di vista psicologico, quel bambino crescerà portando un trauma stratificato:
assenza, stigma, silenzio.
Sarà lui l’unica e vera vittima del tribunale del popolo, perché pagherà un prezzo che non ha scelto e che nessuno potrà mai restituirgli.
E allora la domanda non può più essere rimandata.
Qual è il vero confine tra giustizia e vendetta?
Dove termina la legittima richiesta di responsabilità e dove inizia la cieca persecuzione di una massa che chiede sangue, dolore, espiazione totale?
E soprattutto:
quando la folla si placa e passa oltre,
chi resta a raccogliere le macerie?
Se la risposta è un bambino solo, carico di un dolore che non gli appartiene,
allora forse è il momento di chiederci se quella che chiamiamo giustizia
non stia somigliando sempre di più a una vendetta travestita da indignazione morale e sociale.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
