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Il turismo del genocidio

Ci sono parole che non dovrebbero mai esistere, e invece oggi dobbiamo pronunciarle: turismo del genocidio. È la pratica più oscena e disumana che il nostro tempo abbia generato, la trasformazione della morte in intrattenimento, dello sterminio in spettacolo. Sulle colline che circondano Gaza gruppi di turisti, paganti e soddisfatti, si radunano per guardare con il sorriso sulle labbra la fine di un popolo. Binocoli, telecamere, selfie. In sottofondo il boato delle bombe. E là sotto, a pochi chilometri di distanza, corpi di bambini che vengono dilaniati, famiglie spazzate via in un lampo, madri che stringono brandelli insanguinati al posto dei loro figli. C’è chi paga per questo, c’è chi incassa e c’è chi organizza. E il mondo, vile e complice, resta a guardare.

Non si tratta di curiosità macabra, non è “dark tourism” come nei luoghi della memoria. Qui non c’è memoria, non c’è riflessione, non c’è dolore condiviso. Qui c’è solo un perverso godimento nel vedere esseri umani ridotti in polvere. È pornografia della morte, consumata in diretta, applaudita come un fuoco d’artificio. Chi compra questo spettacolo non è un semplice spettatore: è un parassita dell’orrore, un necrofago travestito da turista. È un morto che cammina, perché solo chi ha seppellito la propria anima può trovare diletto nella strage di bambini.

Ma la responsabilità non si ferma a loro. Dietro questa pratica c’è chi ci guadagna, chi organizza, chi vende i biglietti come fossero ingressi a un concerto. E dietro ancora, c’è uno Stato che tollera e legittima. Perché se esistono questi tour è perché qualcuno li permette, qualcuno li copre, qualcuno li considera accettabili. Ed è questo il crimine più grande: l’istituzionalizzazione dell’orrore, la normalizzazione dello sterminio, la mercificazione del genocidio. E l’ipocrisia della comunità internazionale, che finge di non vedere, non fa che consolidare questo mercato della morte.

Il turismo del genocidio non è solo una vergogna per chi vi partecipa. È una condanna per l’umanità intera. Ogni singolo scatto fotografico di quei turisti è un insulto alle vittime. Ogni risata è uno sputo sul volto dei bambini assassinati. Ogni dollaro speso è una pugnalata inflitta alla dignità umana. È la dimostrazione che abbiamo toccato il fondo, che il male non solo esiste ma viene applaudito, pagato e consumato come fosse intrattenimento.

Non ci sono giustificazioni, non ci sono attenuanti. Chi partecipa è un mostro travestito da civile. Chi organizza è un mercante di carneficine. Chi permette è complice di genocidio. Il turismo del genocidio è il più grande crimine del nostro tempo, ed è la prova che l’uomo, se non reagisce, è destinato a diventare spettatore pagante della propria fine.