Israele e Palestina: le radici della guerra e il silenzio del mondo
Ci sono guerre che cominciano con una data, un confine o un colpo di fucile.
E poi ci sono guerre che non finiscono mai, perché affondano nella memoria stessa dei popoli.
Il conflitto israelo-palestinese appartiene a questa seconda categoria: una ferita che non guarisce perché non si è mai voluto curarla, solo coprirla di nuove cicatrici.
Per capire ciò che accade oggi, bisogna avere il coraggio di guardare indietro.
Quando nel 1948 nacque lo Stato di Israele, centinaia di migliaia di palestinesi furono cacciati dalle loro terre: villaggi rasi al suolo, case abbandonate in fretta, famiglie spezzate. Gli israeliani chiamano quell’anno “l’indipendenza”, i palestinesi lo ricordano come la Nakba, la catastrofe.
Da allora, Israele ha continuato ad espandere i propri confini, in violazione di numerose risoluzioni delle Nazioni Unite. La Cisgiordania è frammentata da colonie e check-point; Gaza è sotto blocco dal 2007, un territorio piccolo come una provincia, ma soffocato da un embargo che nega acqua, elettricità, libertà di movimento e dignità.
La radice del conflitto non è religiosa, ma politica: è una questione di occupazione.
Il popolo palestinese vive da decenni in uno stato di segregazione, e la comunità internazionale — pur sapendolo — ha preferito tacere.
Ogni volta che Israele bombarda Gaza, l’Occidente parla di “diritto alla difesa”.
Ma difesa da chi, se a morire sono per lo più civili, bambini, donne, giornalisti?
Difesa da quale minaccia può giustificare l’annientamento sistematico di un popolo intero?
Hamas, nato negli anni Ottanta come movimento politico e di resistenza, è oggi l’alibi perfetto per perpetuare la guerra. Israele, da decenni, ha avuto interesse a mantenere la divisione interna del popolo palestinese tra Hamas a Gaza e l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania.
Un nemico frammentato è più facile da controllare, e un conflitto permanente permette di giustificare l’uso della forza e di attrarre alleanze militari.
Il 7 ottobre ha rappresentato un punto di rottura, ma anche la conseguenza logica di un sistema costruito sull’oppressione: quando un popolo viene privato di tutto, perfino della speranza, la violenza diventa la lingua disperata di chi non ha più voce.

Oggi Gaza è un deserto di macerie e disperazione.
Ospedali bombardati, scuole distrutte, convogli umanitari bloccati.
Eppure, la narrazione occidentale continua a oscillare tra ipocrisia e censura. Chi denuncia il genocidio viene accusato di antisemitismo; chi parla di diritti umani viene tacciato di ingenuità.
Ma la verità è sotto gli occhi di tutti: Israele, con l’appoggio politico e militare di Stati Uniti e Unione Europea, sta distruggendo Gaza in nome di una sicurezza che non sarà mai raggiunta.
Perché non esiste sicurezza costruita sul sangue dei civili, non esiste pace che nasca dalle macerie di un popolo.
La colpa, allora, non è di un solo governo o di un solo popolo.
È dell’indifferenza globale, dell’Europa che si dichiara “portatrice di valori umani” ma vende armi, dell’ONU che emette risoluzioni senza farle rispettare, dei media che scelgono il silenzio per non disturbare i potenti.
È di tutti noi, che guardiamo e commentiamo, ma non chiediamo con abbastanza forza che si fermi il massacro.
La guerra tra Israele e Palestina non è un conflitto tra religioni.
È la storia di un popolo oppresso e di un altro popolo prigioniero della propria paura.
Finché non si riconoscerà che la pace può nascere solo dalla giustizia, il Medio Oriente resterà una terra di lutti e di menzogne.
E ogni volta che un bambino muore sotto le bombe, il mondo intero perde un frammento della propria umanità.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
