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La carezza negata

C’è un momento, nella vita di ciascuno, in cui la parola cura dovrebbe coincidere con l’idea più pura di amore. È l’istante in cui la malattia diventa più forte dei farmaci e l’uomo si affida alla tenerezza altrui per attraversare l’ultimo tratto della sua esistenza. In quel momento, la sanità dovrebbe essere il presidio della compassione, non il laboratorio della speculazione. Eppure, a Palermo, un fatto recente ci costringe a guardare nell’abisso di una corruzione che non si limita a violare le leggi: profana il sacro.

Un dirigente dell’azienda sanitaria e un professionista legato a servizi per le cure palliative vengono sorpresi mentre scambiano denaro nascosto in una bomboniera. Non una valigetta, non un cassetto anonimo: una bomboniera, simbolo di nascita e di festa, di promesse e di dolcezza. Dentro, non confetti ma banconote. Dentro, non speranza ma mercimonio.
Il gesto – piccolo, quasi domestico – racchiude una ferocia che la grammatica della giustizia non basta a descrivere. Perché non è solo denaro ciò che passa di mano: è la dignità dei malati terminali, trasformata in tariffa.

Chi lavora nella sanità conosce il linguaggio della fragilità. Sa che un respiro in più, una notte senza dolore, valgono quanto un intero patrimonio. E proprio per questo il tradimento pesa il doppio: chi avrebbe il dovere di custodire la vita sceglie di mercificarla. In questo scambio osceno, il malato diventa un numero da fatturare, un corpo da conteggiare, un’occasione di guadagno.
È la logica dell’impresa che divora la pietà, il capitalismo della sofferenza che calcola margini di profitto sull’agonia.

La bomboniera della mazzetta non è soltanto la prova di un reato: è una metafora della nostra epoca. Ci siamo abituati a un mondo che trasforma ogni simbolo in merce, che svuota di senso i gesti più intimi per riempirli di denaro. La festa diventa business, la carità marketing, la cura contabilità. Non stupisce, allora, che la morte – l’ultima frontiera dell’umano – venga piegata alla stessa logica.

Ma c’è un altro livello, più inquietante. Perché queste storie non nascono nel vuoto: crescono nel silenzio delle complicità, nella rassegnazione di chi “sa” e tace, nell’inerzia di istituzioni che si limitano a contare i danni. Ogni euro nascosto in quella bomboniera è il frutto di una catena di indifferenze: colleghi che distolgono lo sguardo, cittadini che si accontentano di indignarsi per un giorno, politici che parlano di riforme senza toccare i veri centri di potere.

Denunciare questa corruzione non significa solo chiedere pene severe. Significa affermare che la vita non è un affare, che la malattia non è un mercato, che l’ultimo respiro di un essere umano non può essere misurato in rimborsi e percentuali. Significa ricordare che la cura è un dovere etico prima che professionale, un atto di civiltà che nessuna tariffa può sostituire.

Finché la società resterà spettatrice distratta, le bomboniere della vergogna continueranno a circolare sotto altri nomi e altre forme. E ogni volta sarà un pezzo della nostra umanità a venire meno.
Per questo scrivere è già resistere: trasformare l’indignazione in parola, la parola in coscienza, la coscienza in azione. Perché solo una comunità capace di custodire i suoi morenti può sperare di essere davvero viva.