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“La casa delle magnolie”

(Parte II – I segreti del ritratto)

La notte dell’omicidio, Villa Roccaforte divenne improvvisamente un palcoscenico di sospetti.
La pioggia, scesa dopo anni di siccità, cadeva sottile sulle magnolie, lavando via il profumo dolce e lasciando nell’aria un odore metallico di paura.
L’ispettore Leonardo Serra, dopo aver fatto sigillare i cancelli, riunì gli ospiti nel grande salone, ancora illuminato da candele tremolanti.

«Nessuno lascerà la villa fino a nuovo ordine,» annunciò con voce ferma.
«Il dottor Montesi non è morto per caso. E il messaggio dietro il ritratto ne è la prova.»

Adelaide lo guardava senza battere ciglio.
Dietro il velo nero, gli occhi chiari sembravano di vetro.
«Ispettore, se pensa che io abbia qualcosa da nascondere, le assicuro che si sbaglia. In questa casa sono morti in troppi, e non per mano mia.»

Ma Leonardo non rispose.
Sapeva che la verità, in quella villa, era un abito che cambiava forma a seconda di chi lo indossava.

Nella biblioteca, tra i libri rilegati in pelle, trovò un registro medico: era del 1916, l’anno della morte di Alma.
Le ultime due pagine erano state strappate.
Su una di esse, però, rimaneva traccia di un nome, parzialmente cancellato: “L. Serra”.
L’ispettore rimase immobile, incredulo.
Qualcuno aveva scritto il suo nome dieci anni prima.

Fu in quel momento che sentì un passo dietro di sé.
Era Elisa, la giovane cameriera assunta da poco.
Aveva appena diciannove anni, occhi scuri e un modo di parlare troppo raffinato per il suo ruolo.
«Non dovrebbe stare qui, signor ispettore,» sussurrò.
«In questa casa le pareti hanno orecchie e… memoria.»

Leonardo la fissò.
«Cosa sa, signorina?»
Lei abbassò lo sguardo. «Solo quello che ho sentito. La notte prima della sua morte, la contessa Alma urlò qualcosa a sua sorella: “Non potrai cancellarlo, Adelaide. Lui deve sapere.”»

Il nome “lui” bruciò come una ferita nella mente dell’ispettore.
«E chi era, secondo lei, quel ‘lui’?», chiese.
Elisa esitò, poi rispose: «Lei.»

Per un istante il mondo gli sembrò girare.
Ma prima che potesse chiederle altro, un tonfo sordo venne dal corridoio.
Corsi verso il salone: il ritratto di Alma era caduto a terra.
Sul pavimento, dietro la tela lacerata, appariva un secondo volto dipinto sotto il primo — quello di un bambino.
Aveva gli stessi occhi di Leonardo.

Il silenzio cadde come un sudario.
Adelaide era in piedi, immobile davanti al dipinto.
Le mani strette, la voce rotta:
«Ora capirà, ispettore… perché questa casa non conosce pace.»

Poi svenne.

Fuori, la tempesta si era placata.
Le magnolie tremavano come testimoni muti.
L’ispettore Serra, rimasto solo nella stanza, fissava il volto del bambino sotto il ritratto.
Accanto, una piccola scritta, quasi invisibile, incisa nella pittura:

“Nessun sangue si lava con il silenzio.”