La folla digitale
Perché il linguaggio rappresenta oggi la forma più alta del potere
Ogni epoca ha creduto di aver individuato il luogo nel quale risiedeva il potere. Per secoli lo si è cercato negli eserciti, nella ricchezza, nelle istituzioni, nella capacità di governare i territori o di controllare le risorse economiche. Più tardi si è compreso che anche l’informazione possedeva una forza capace di orientare intere società, fino a far affermare che chi controlla i mezzi di comunicazione esercita una forma di dominio non meno incisiva di quella militare o politica. Il nostro tempo, tuttavia, sembra imporre una riflessione ancora più radicale. Il vero potere contemporaneo non consiste più semplicemente nel controllare ciò che gli uomini fanno, ma nel determinare il linguaggio attraverso cui essi interpretano il mondo. È nel linguaggio, prima ancora che nelle istituzioni, che nasce oggi la possibilità di orientare il consenso, modellare i desideri e influenzare le decisioni collettive.

La recente crisi di Ceuta rappresenta, da questo punto di vista, un caso di straordinario interesse. Numerose ricostruzioni giornalistiche hanno evidenziato come la rapidità con cui migliaia di migranti si siano diretti verso il confine spagnolo sia stata favorita dalla diffusione, attraverso i social network, di video, messaggi e informazioni che lasciavano intendere un temporaneo allentamento dei controlli. Non è questa la sede per discutere l’esattezza delle singole ricostruzioni né per attribuire responsabilità politiche. Ciò che interessa è il fenomeno culturale che emerge da questa vicenda. Per la prima volta appare con particolare evidenza come un flusso digitale di informazioni possa trasformarsi, nell’arco di poche ore, in un comportamento collettivo capace di incidere sulla geopolitica internazionale.
La cronaca, tuttavia, costituisce soltanto il punto di partenza. La vera questione riguarda la natura stessa del linguaggio. Per lungo tempo la filosofia occidentale ha considerato le parole come strumenti destinati a descrivere la realtà. Si parlava per raccontare, spiegare, convincere. Oggi questa interpretazione sembra non essere più sufficiente. Il linguaggio non si limita a rappresentare il mondo: partecipa attivamente alla sua costruzione. Le parole non arrivano dopo gli eventi; molto spesso li preparano, li rendono possibili, ne orientano lo sviluppo. In altre parole, il linguaggio non è soltanto comunicazione. È atto.
È proprio qui che la riflessione di Ludwig Wittgenstein acquista una sorprendente attualità. Il filosofo austriaco mostrò come il significato delle parole non dipendesse esclusivamente dalla loro definizione, ma dalla rete di relazioni che esse instaurano con gli altri concetti. Ogni termine vive all’interno di una trama di richiami, analogie, somiglianze e rinvii reciproci. Comprendere una parola significa collocarla dentro un sistema di connessioni che le attribuisce senso. La realtà stessa, per come la conosciamo, prende forma attraverso queste strutture linguistiche.
I social network sembrano avere trasformato questa intuizione filosofica in un potente meccanismo economico e culturale. Gli algoritmi non agiscono imponendo direttamente un’idea. Sarebbe una strategia troppo evidente e, probabilmente, inefficace. Essi costruiscono invece connessioni semantiche sempre nuove. Associano concetti tradizionalmente positivi – libertà, autenticità, successo, felicità, benessere – a prodotti, marchi, comportamenti, modelli di consumo e stili di vita. Ripetono incessantemente tali associazioni fino a renderle spontanee, quasi naturali. La forza dell’algoritmo non consiste nel convincere. Consiste nel modificare lentamente il significato delle parole.
È il linguaggio stesso che cambia.
Quando il successo coincide esclusivamente con la visibilità, quando la libertà viene identificata con la possibilità di acquistare, quando l’autenticità diventa esposizione permanente della propria vita privata, non assistiamo semplicemente a un mutamento del costume sociale. Assistiamo alla trasformazione della rete semantica attraverso la quale interpretiamo il mondo. Il capitalismo contemporaneo non produce soltanto beni materiali. Produce significati. Ed è probabilmente questa la sua forma più sofisticata di espansione.
La riflessione di Franz Brentano permette di cogliere un ulteriore aspetto di questo fenomeno. Secondo il filosofo tedesco, la caratteristica fondamentale della coscienza è l’intenzionalità. Ogni atto mentale è sempre rivolto verso qualcosa. Pensare significa orientare la propria attenzione; desiderare significa dirigersi verso un oggetto; ricordare significa riportare alla mente un contenuto determinato. La coscienza non esiste mai nel vuoto. È sempre intenzionalmente diretta.
La domanda che il XXI secolo ci costringe a porci è allora inevitabile: chi orienta oggi l’intenzionalità della coscienza?
Per secoli questa funzione è appartenuta prevalentemente alla famiglia, alla scuola, alle istituzioni culturali e religiose. Oggi una parte crescente di tale compito viene esercitata da sistemi algoritmici capaci di selezionare, ordinare e riproporre continuamente gli stessi contenuti. L’algoritmo non pensa al nostro posto. Non decide ciò che dobbiamo credere. Sarebbe un’affermazione ingenua. Esso compie un’operazione molto più raffinata: sceglie verso quali oggetti sarà costantemente richiamata la nostra attenzione. Seleziona le immagini che vedremo, gli argomenti che incontreremo, le emozioni che verranno continuamente alimentate. Non costruisce direttamente il pensiero. Costruisce l’ambiente nel quale il pensiero prenderà forma.
È una differenza sottile, ma decisiva.
La filosofia di Friedrich Nietzsche sembra allora offrirci un’altra chiave interpretativa. La sua analisi della morale degli schiavi mostrava come intere civiltà potessero costruire sistemi di valori fondati sulla fragilità, sul risentimento e sul bisogno di protezione. Nietzsche non criticava semplicemente la debolezza individuale; metteva in discussione una cultura che trasformava la vulnerabilità in criterio morale e, proprio per questo, rendeva gli uomini più facilmente governabili.
Anche la nostra epoca sembra attraversata da una fragilità diffusa. La solitudine, il bisogno costante di approvazione, la ricerca spasmodica di riconoscimento, la paura dell’esclusione sociale costituiscono il terreno più fertile sul quale le narrazioni digitali possono esercitare la propria influenza. Una società composta da individui sempre più insicuri è inevitabilmente più disponibile ad accogliere linguaggi che promettono appartenenza, identità e rassicurazione. Il consenso non nasce più dalla forza. Nasce dalla capacità di soddisfare bisogni emotivi che il mercato digitale conosce con impressionante precisione.
La crisi di Ceuta dimostra proprio questo. Migliaia di persone non sono state costrette fisicamente a muoversi. Hanno scelto di farlo perché una determinata rappresentazione della realtà è apparsa, in quel momento, credibile e condivisa. Il comportamento collettivo è stato preceduto da una costruzione linguistica capace di orientare aspettative, speranze e decisioni. È difficile immaginare una manifestazione più evidente del fatto che il linguaggio non descrive semplicemente il mondo, ma partecipa alla sua trasformazione.
Per questa ragione sarebbe riduttivo limitare il dibattito ai rischi della disinformazione o delle fake news. Il problema è molto più profondo. Riguarda la struttura stessa della nostra esperienza. Ogni volta che un algoritmo decide quali contenuti mostrarci e quali lasciare nell’ombra, non modifica soltanto il flusso delle informazioni. Ridefinisce il contesto entro il quale attribuiamo significato agli eventi. Influenza le parole che useremo per raccontarli e, di conseguenza, il modo stesso in cui li comprenderemo.
Forse è proprio qui che risiede il nuovo volto del potere contemporaneo. Non nella censura, ma nella selezione. Non nel divieto, ma nella visibilità. Non nell’imposizione esplicita di un’idea, bensì nella capacità di rendere alcune interpretazioni più accessibili, più frequenti, più familiari di altre. Ciò che vediamo con maggiore continuità finisce inevitabilmente per apparirci più plausibile. E ciò che appare plausibile tende, col tempo, a essere considerato vero.
La filosofia torna così ad assumere un compito essenziale. Non quello di opporsi alla tecnologia, né di coltivare nostalgie per un passato ormai irrecuperabile. Il suo compito consiste nel ricordarci che la libertà non coincide soltanto con il diritto di esprimere la propria opinione. Esiste una libertà ancora più profonda: quella di attribuire autonomamente significato alle parole con cui interpretiamo il mondo.
Perché le parole non sono semplicemente strumenti della storia. Sono il luogo nel quale la storia comincia. Ogni civiltà prende forma nel linguaggio che sceglie di abitare. Ogni società costruisce il proprio futuro attraverso le parole che decide di rendere credibili. Ed è forse questa la lezione più importante che il nostro tempo ci consegna: la battaglia decisiva del XXI secolo non si combatterà soltanto nei parlamenti, nei mercati o sulle frontiere. Si combatterà, prima ancora, dentro il linguaggio. Perché quando qualcuno riesce a determinare il significato delle parole, ha già iniziato, silenziosamente, a orientare anche il destino degli uomini.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
