La guerra che ci abita
C’è un punto in cui la geopolitica smette di essere mappa e diventa pelle.
Lo si vede oggi tra Israele e Palestina: non più soltanto conflitto territoriale, ma ferita psichica collettiva, alimentata da decenni di promesse tradite e memorie inconciliabili.
La radice è lontana. All’inizio del Novecento, la Palestina era un intreccio di comunità arabe musulmane e cristiane, con una minoranza ebraica che viveva nella stessa terra. Con la Dichiarazione Balfour del 1917, la Gran Bretagna promise agli ebrei un “focolare nazionale” e, nello stesso tempo, agli arabi l’autodeterminazione: due verità incompatibili che divennero subito polvere da sparo. Dopo la Shoah, l’immigrazione ebraica accelerò. Nel 1948 nacque Israele e centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti alla fuga: la Nakba, la catastrofe che ancora oggi definisce l’identità palestinese.
Nel 1967 Israele occupò Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est. L’occupazione, con i suoi check-point, le colonie, le umiliazioni quotidiane, trasformò il trauma in un labirinto senza uscita. È in questo vuoto che nel 1987 nacque Hamas, movimento islamista che mescolava assistenza sociale e resistenza armata, figlio della disperazione più che di un progetto strategico. La sua ascesa, culminata nelle elezioni del 2006, offrì a Israele e ai suoi alleati un nemico perfetto, la giustificazione costante per mantenere il blocco di Gaza e per presentare ogni offensiva come “difesa necessaria”.
Da anni il premier Netanyahu usa la minaccia di Hamas come leva politica. Ogni razzo da Gaza diventa argomento per nuove colonie, nuove operazioni militari, nuovi muri. La sicurezza nazionale è trasformata in ideologia: un meccanismo che rassicura l’elettorato interno e paralizza la comunità internazionale.
Eppure, dietro la retorica dell’emergenza, si nasconde anche una necessità privata: la prosecuzione del conflitto garantisce a Netanyahu il potere che lo protegge da processi aperti per corruzione e dalle possibili imputazioni per crimini contro l’umanità nei tribunali internazionali. La pace significherebbe tornare a essere un uomo solo davanti ai giudici, senza lo scudo dell’“autodifesa nazionale”.
Ma il cuore della tragedia non è soltanto strategico: è psicologico.
Il popolo israeliano vive con l’ombra della Shoah, con la paura esistenziale dell’annientamento. Il popolo palestinese vive l’umiliazione della terra perduta, della vita sospesa, della libertà negata. Due traumi che si guardano senza riconoscersi, trasformando il dolore in linguaggio di odio. La violenza diventa identità; la vendetta, una forma di sopravvivenza emotiva.
Intorno, i media globali giocano una partita pericolosa: titoli che semplificano, immagini che anestetizzano, termini che manipolano. “Autodifesa”, “danni collaterali”, “terrorismo”: parole che cancellano la sproporzione delle vittime, che nascondono sotto il lessico militare ciò che molti giuristi definiscono crimine contro l’umanità.
La verità, in fondo, è semplice. Un popolo che controlla confini, risorse, cielo e mare e che riduce un altro popolo alla fame e al silenzio sta perpetrando una distruzione sistematica. Non serve essere analisti per capirlo: basta guardare i corpi, contare i bambini, ascoltare i sopravvissuti.
La pace non verrà da un tavolo negoziale se prima non si disinnesca la psicologia della paura. Riconoscere entrambe le memorie — la Shoah e la Nakba — è il primo passo per spezzare il cerchio.
Finché il mondo continuerà a usare il linguaggio dell’equilibrio diplomatico per descrivere un’asimmetria brutale, la guerra resterà non solo in Medio Oriente, ma dentro di noi: la prova che l’umanità sa nominare l’orrore, ma fatica ancora a fermarlo.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
