Ascolta Radio Amica ON LINE

Amica News

La Musica Intorno

La guerra delle parole: quando la minaccia diventa già violenza

C’è una linea invisibile, sottile ma decisiva, che separa il linguaggio dalla realtà. È il confine tra ciò che si dice e ciò che si fa. Ma nella storia dei conflitti, questa linea è spesso un’illusione: le parole preparano il terreno, costruiscono il clima, anticipano la violenza.

Negli ultimi giorni, le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla guerra con l’Iran hanno superato quella soglia simbolica che il diritto internazionale cerca, almeno formalmente, di proteggere. Non si tratta solo di minacce militari: il punto più controverso è il contenuto di queste minacce. L’idea di colpire infrastrutture civili – ponti, centrali elettriche, sistemi essenziali alla sopravvivenza – è stata definita da molti esperti una possibile violazione delle leggi di guerra. (The Washington Post)

Ma ciò che inquieta ancora di più è il linguaggio. Frasi come “una civiltà intera morirà” non sono semplici esagerazioni retoriche: evocano un’idea di distruzione totale che il diritto internazionale umanitario ha cercato, dopo le tragedie del Novecento, di rendere impensabile. (The Guardian)

La questione, allora, non è solo giuridica, ma profondamente culturale. Quando un leader politico utilizza un linguaggio che normalizza la distruzione indiscriminata, accade qualcosa di più sottile e più pericoloso: si sposta il limite di ciò che è accettabile. Il rischio non è soltanto che certe azioni vengano compiute, ma che diventino pensabili.

In questo scenario, anche le istituzioni militari si trovano in una posizione ambigua. Gli esperti ricordano che i soldati hanno il dovere di rifiutare ordini illegali, ma la storia insegna quanto sia difficile, nella pratica, opporsi a una catena di comando che legittima certe decisioni. (The Washington Post)

Nel frattempo, il conflitto con l’Iran continua a produrre effetti concreti: tensioni internazionali, vittime, instabilità economica. Eppure, è sul piano simbolico che si gioca una partita forse ancora più decisiva. Perché ogni guerra è anche una guerra di narrazioni: chi definisce i limiti del dicibile, finisce spesso per determinare anche i limiti del possibile.

C’è, in tutto questo, una domanda che resta sospesa: cosa accade quando il diritto internazionale non viene più violato di nascosto, ma messo in discussione apertamente, quasi con disinvoltura? Forse il problema non è più la trasgressione delle regole, ma la loro progressiva perdita di senso.

E allora il vero rischio non è soltanto la guerra. È l’abitudine alla sua possibilità assoluta.

Fonte: Il Post