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La neve di Yángchéng

Il ristorante si chiamava Yángchéng, come la città lontana da cui provenivano le lanterne di carta che tremolavano nel vento. Si trovava nel cuore di una stazione sciistica svizzera, incastonata tra le montagne bianche di Zermatt, dove la neve cadeva fitta e silenziosa come un pensiero che non vuole farsi ascoltare.

All’interno, il profumo del tè al gelsomino si mescolava al crepitio delle stufe e al sussurro sommesso dei turisti.
Dietro il bancone, Li Mei, donna dai capelli corvini raccolti in uno chignon perfetto, indossava un cheongsam color crema con ricami dorati. Il suo volto, appena segnato dal tempo, conservava la grazia delicata di un’antica calligrafia.
Seduto a un tavolo d’angolo, con una sciarpa di lana grigia e gli occhiali appannati, c’era Wei Jun, il cuoco e proprietario del locale. Gli occhi sottili, neri come il fondo di una tazza di tè, si posarono su di lei con un’emozione che il tempo non era riuscito a cancellare.

Erano passati trent’anni dall’ultima volta che si erano guardati così.
Allora erano due adolescenti di Canton, inseparabili come due fili di seta intrecciati dallo stesso telaio. Lei scriveva poesie sui fogli di riso, lui disegnava pesci rossi sugli angoli dei suoi quaderni.
Ma una borsa di studio, una lettera mai arrivata e un padre severo li avevano separati come due stagioni lontane.

Il destino, capriccioso e indulgente, li aveva fatti rincontrare in questo angolo d’Europa, dove i fiocchi di neve cadevano come i petali dei ciliegi di un tempo.
Wei Jun aveva aperto il ristorante dieci anni prima, convinto che il profumo del sesamo e del coriandolo potesse tenerlo lontano dai rimpianti. Ma ogni volta che preparava gli involtini di primavera, pensava a lei: alla luce dei suoi occhi, all’eco del suo nome pronunciato piano.

Li Mei era entrata quel pomeriggio come una turista qualunque, cercando calore e tè caldo dopo una lunga passeggiata nel gelo.
Non si erano riconosciuti subito. Ma poi, quando lui le aveva porto la tazza e le dita si erano sfiorate, la memoria aveva urlato — silenziosamente — dentro entrambi.
Nessuno dei due aveva più avuto un amore. Solo storie interrotte, promesse a metà, e quella costante sensazione che qualcosa fosse rimasto in sospeso, da qualche parte, tra l’inchiostro e la neve.

Si sedettero insieme dopo la chiusura del locale. Parlarono poco, ma ogni parola aveva il peso e la dolcezza di un tempo ritrovato.
Fu lei a dire, quasi sottovoce:
Non avrei mai pensato che la nostra giovinezza ci aspettasse qui, tra le montagne.
Lui sorrise. — La giovinezza non finisce mai, Li Mei. Si addormenta solo, come il giardino d’inverno, e fiorisce di nuovo quando qualcuno la chiama per nome.

Fuori, la neve cadeva lenta, coprendo ogni rumore, ogni distanza, ogni dolore.
E quando le luci del ristorante si spensero, restarono seduti l’uno accanto all’altra, guardando il bianco del mondo fondersi con quello dei loro cuori finalmente uniti.