La pace che non sa di pace
C’è un paradosso nel modo in cui il mondo pronuncia la parola pace: ogni volta che la pronuncia, qualcuno perde la voce.
L’accordo annunciato da Donald Trump tra Israele e Palestina ne è l’ennesima dimostrazione.
Presentato come un gesto storico, destinato a “mettere fine a decenni di conflitti”, nasconde una struttura di potere che poco ha a che fare con la riconciliazione e molto con la convenienza.
Una pace che somiglia più a un contratto commerciale che a un atto di giustizia tra popoli.

La proposta americana, nella sua forma ufficiale, stabilisce un cessate il fuoco graduale, lo scambio di prigionieri, la ricostruzione di Gaza con aiuti internazionali e il disarmo di Hamas.
Ma dietro ogni clausola si cela un vincolo.
Israele resta il controllore del confine, degli accessi umanitari e dei fondi; gli Stati Uniti diventano il garante — e dunque l’arbitro — della sicurezza regionale.
Alla Palestina resta un ruolo di spettatrice, di entità che deve accettare per sopravvivere, come chi firma un documento senza poterlo leggere fino in fondo.
È vero: i missili tacciono, gli ostaggi vengono liberati, gli aiuti arrivano. Ma questo silenzio non è pace: è un’interruzione condizionata del dolore, una tregua concessa più per calcolo che per compassione.
La pace reale, quella che trasforma la storia, nasce dall’incontro tra due libertà che si riconoscono.
Qui, invece, una libertà detta le regole e l’altra obbedisce.
Donald Trump, come ogni leader che sogna di lasciare il proprio nome sui libri di storia, costruisce un’immagine da mediatore globale.
Ma la sua idea di pace è la stessa che per decenni ha guidato la politica americana: la pace come controllo, non come dialogo.
Dietro l’accordo si intravede un progetto geopolitico più ampio: ridimensionare l’influenza iraniana, garantire ad Israele sicurezza energetica e consolidare la presenza economica statunitense nel Mediterraneo e in Medio Oriente.
In altre parole: stabilità non per i popoli, ma per i mercati.
E Hamas?
La firma o la tregua le offrono tempo, visibilità e sopravvivenza politica.
Ma a Gaza il prezzo è altissimo: un popolo logorato, una generazione cresciuta tra macerie e check-point, una quotidianità dove il cielo è un confine e la libertà un ricordo.
È difficile credere alla pace quando la si vive dentro un recinto.
Dal punto di vista etico e antropologico, il vero problema è la asimmetria del potere.
Una pace duratura può esistere solo tra soggetti che si riconoscono uguali davanti alla legge, alla memoria e al diritto.
Quando uno dei due popoli deve “accettare le condizioni” dell’altro, non si parla di pace ma di pacificazione, cioè di una calma apparente che serve solo a non turbare l’ordine di chi comanda.
È una formula che nella storia abbiamo già visto: la pace di Versailles, la pace coloniale, la pace delle grandi potenze — tutte paci costruite per durare quanto bastava a preparare la guerra successiva.
C’è un altro punto che spesso sfugge ai commentatori occidentali: la pace non è solo la fine dei bombardamenti, ma l’inizio della giustizia.
Finché un popolo vive in condizioni di povertà estrema, senza autodeterminazione, senza libertà di movimento, finché i bambini di Gaza non hanno una scuola sicura e quelli israeliani non hanno la certezza di non dover correre nei rifugi, la pace rimane un titolo sui giornali, non una realtà nelle strade.
Eppure, la narrazione mediatica è sempre la stessa: il trionfo della diplomazia, la stretta di mano, la foto ufficiale con le bandiere.
Tutto il resto — la disperazione, la paura, la memoria — resta fuori dall’inquadratura.
Così si costruiscono le illusioni collettive: si mette un velo dorato sul dolore, si chiama pace ciò che è solo una sospensione del conflitto.
Non si tratta di prendere posizione per una parte o per l’altra.
Si tratta di guardare oltre la retorica e chiedersi: può esserci pace dove non c’è parità?
Può esserci pace se chi ricostruisce decide anche chi vive e chi no, chi riceve gli aiuti e chi li attende, chi parla e chi resta in silenzio?
La risposta, purtroppo, è scritta nella storia: la pace non nasce dai vincitori, ma dagli uguali.
E finché non ci sarà uguaglianza nella dignità, nella sicurezza e nel diritto alla speranza, la “pace di Trump” resterà soltanto un fragile compromesso geopolitico, un modo per spostare il dolore più in là, non per guarirlo.
La pace vera non ha padroni né mediatori che impongono condizioni.
È la somma di due mani che si cercano senza farsi paura.
Tutto il resto — contratti, disarmi, fondi, proclami — non è pace.
È solo il suono di un silenzio che non dura.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
