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La Rosa di Tebe

Il Nilo scorreva placido sotto un cielo che si incendiava di rosa e di oro al tramonto. Le vele delle imbarcazioni si gonfiavano lente, mentre i canti dei sacerdoti si mescolavano al richiamo lontano delle campane di bronzo. In quel tempo sacro, in cui i faraoni ancora custodivano i segreti degli dèi, una storia di amore e ombra prese vita.

Neferura, figlia di un alto scriba, era una giovane donna dalla bellezza sottile e austera: occhi color ambra, pelle chiara come il latte e capelli intrecciati d’oro. Era promessa in sposa a un generale dell’esercito, un uomo potente e crudele che avrebbe garantito alla sua famiglia sicurezza e ricchezza. Eppure, ogni notte, nel suo cuore si faceva strada un’altra immagine: quella di Akhom, il giovane architetto che disegnava tombe e templi con la precisione dei sogni.

Si erano incontrati tra le colonne del tempio di Karnak, una mattina di sole bruciante. Akhom l’aveva aiutata a rialzare un rotolo caduto nel vento, e in quell’attimo le loro dita si erano sfiorate: un contatto breve, ma che aveva avuto il peso di un destino inciso nella pietra.

Ma l’amore, in Egitto come altrove, era spesso un enigma mortale.
Nella notte in cui Neferura si decise a fuggire con Akhom, un corpo venne ritrovato lungo le rive del Nilo: il generale, il suo promesso sposo, giaceva riverso nella sabbia, con lo sguardo fisso verso il cielo stellato. Nessuna ferita, nessun segno di lotta: soltanto un fiore, una rosa rossa, posata sul petto.

La voce del delitto si diffuse come sabbia nel vento. Alcuni sussurravano di una vendetta divina, altri di un amore proibito consumato nel sangue. Akhom fu accusato, e l’ombra del tribunale dei faraoni si abbatté su di lui. Ma Neferura, con la forza disperata del cuore, decise di cercare la verità.

Seguendo tracce di papiri nascosti e parole sussurrate nelle notti di luna piena, la giovane scoprì un segreto più oscuro di quanto avesse immaginato: un culto segreto, che sacrificava uomini potenti per nutrire il favore degli dèi. Il generale non era vittima del suo amore proibito, ma di una trama tessuta nell’ombra dai sacerdoti stessi.

Eppure, la verità non bastava a liberare Akhom.
Nel tribunale sacro, tra statue immobili e giudici velati, Neferura si alzò in piedi e confessò: «Sono io l’assassina. La rosa l’ho posata io. L’amore non conosce catene, né paura della morte.»

Un silenzio denso cadde sulla sala. I sacerdoti sorrisero, come se attendessero proprio quel gesto. Ma il faraone, colpito dal coraggio della giovane, scelse di graziarla e di bandire entrambi lontano da Tebe.

Così, Neferura e Akhom fuggirono verso le terre del Sud, dove il Nilo si fa più stretto e selvaggio. Lì, in un villaggio dimenticato dagli scribi, vissero amandosi ogni giorno come se fosse l’ultimo.

La leggenda narra che, sulla loro tomba, sbocciarono rose rosse in un luogo dove nessuno le aveva mai viste prima. Ancora oggi, i viaggiatori che passano per quella terra raccontano che, nelle notti di vento, si può sentire un sussurro tra i petali: il battito di due cuori che, nonostante il tempo e la morte, non hanno mai smesso di amarsi.