La scatola degli antiacidi
Agosto a Partinico non è un mese. È una prova di sopravvivenza.
Fuori il termometro sfiorava i quaranta gradi e l’asfalto sembrava sul punto di sciogliersi. Dentro una nota farmacia del paese il climatizzatore combatteva una guerra persa in partenza contro il caldo, mentre una decina di persone aspettava pazientemente il proprio turno.
C’erano soprattutto anziani. Qualcuno si sventolava con la ricetta medica, qualcun altro aveva trasformato il foglio delle esenzioni in un ventaglio improvvisato. Un signore, ormai rassegnato, osservava il display dei numeri come se aspettasse l’estrazione del Superenalotto.
Anch’io ero lì, in fondo alla fila.
Quando la porta automatica si aprì.
Entrò una ragazza con passo deciso e una scatola di antiacidi stretta in mano.
Nemmeno il tempo di salutare che annunciò con voce squillante:
«Scusate… devo pagare solo questi.»

La frase produsse lo stesso effetto di Mosè davanti al Mar Rosso.
La fila si aprì.
Gli anziani si spostarono con quella gentilezza che appartiene ormai solo alla loro generazione.
«Poverina» sussurrò una signora. «Ci metterà dieci secondi.»
Dieci secondi.
Se solo avessimo saputo.
La farmacista prese la scatola degli antiacidi e la avvicinò al lettore ottico.
Fu allora che la ragazza pronunciò quattro parole che dovrebbero essere dichiarate patrimonio dell’astuzia italiana.
«Già che ci sono…»
Silenzio.
«Mi controlla questa prescrizione?»
Dalla borsa uscì un foglio.
Poi un altro.
Poi un cellulare con una ricetta elettronica.
Poi un’altra prescrizione ancora.
«Secondo lei questo farmaco è meglio dell’altro?»
«Questo va preso a stomaco pieno o vuoto?»
«Per mia madre cosa consiglierebbe?»
«Ah… dimenticavo… mi serve anche una crema.»
«E già che ci sono… un integratore.»
«Anzi due.»
Gli antiacidi, nel frattempo, assistevano alla scena dal banco, ormai consapevoli di essere stati usati come semplici comparse.
Dietro di lei la temperatura continuava a salire.
Un signore, che fino a quel momento era stato di una calma olimpica, iniziò a battere ritmicamente il piede sul pavimento.
Tac.
Tac.
Tac.
Dopo qualche minuto anche l’occhio destro cominciò a fare uno strano movimento.
Sembrava il tergicristallo di una Cinquecento del ’72 sotto il temporale.
Una signora, ormai stremata, continuava a sventolarsi con la ricetta del medico di base.
Un altro anziano, per ingannare l’attesa, aveva già letto tre volte il bugiardino di un collirio esposto vicino alla cassa.
La farmacista, poverina, sorrideva con un’espressione sempre più imbarazzata.
Guardava la fila.
Guardava la ragazza.
Guardava gli antiacidi.
Poi riguardava la fila.
Aveva quell’aria tipica di chi vorrebbe essere contemporaneamente in tre posti diversi e chiedere scusa a tutti senza avere alcuna colpa.
Continuava a rispondere con infinita professionalità, mentre il suo sorriso, minuto dopo minuto, diventava sempre più quello di una hostess costretta ad annunciare il quarto ritardo consecutivo del volo.
Finalmente arrivò il gran finale.
La ragazza osservò la scatola degli antiacidi.
La spinse delicatamente verso la farmacista.
«No… questi non li prendo.»
Naturalmente.
Gli antiacidi avevano già svolto il loro compito.
Erano stati il cavallo di Troia.
Il lasciapassare.
Il biglietto VIP per superare dieci persone educate che, nel frattempo, avevano regalato venti minuti della propria vita alla furbizia altrui.
Uscì dalla farmacia con una busta piena di altri prodotti.
Gli antiacidi, invece, rimasero lì, soli sul banco, con la stessa espressione che avrebbe un attore dopo aver scoperto di essere stato assunto solo per dire una battuta.
Confesso che uscendo mi è venuto da ridere.
Non della farmacista, che aveva dimostrato una pazienza degna di una santa.
Non degli anziani, che avevano dato una lezione di educazione senza pronunciare una sola parola.
Ho sorriso pensando a quanto sia curiosa una certa idea di furbizia.
Quella che considera intelligente far perdere tempo a tutti gli altri.
Eppure la fila è una delle poche cose veramente democratiche rimaste.
Davanti a una farmacia siamo tutti uguali.
Almeno fino a quando non compare una scatola di antiacidi che, improvvisamente, si trasforma nel passaporto ufficiale del Regno dei Furbetti.
Da quel giorno Vera Malizia, ogni volta che entra in farmacia e vede qualcuno impugnare una confezione di antiacidi con troppa sicurezza, non guarda più il medicinale.
Guarda l’orologio.
Perché ha il sospetto che la visita… durerà parecchio.

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