La Sicilia perde le sue spiagge: il mare si prende tutto… e il cemento gli ha dato una mano

Non è solo colpa delle onde. Se le spiagge siciliane arretrano anno dopo anno, il mare ha certamente il suo ruolo, ma secondo Legambiente i principali responsabili sono decenni di cemento, speculazione edilizia e interventi costosi che spesso hanno semplicemente spostato il problema qualche centinaio di metri più in là. È quanto emerge dal dossier “Coste siciliane alla deriva”, presentato da Goletta Verde a Capo d’Orlando, che fotografa una situazione sempre più critica lungo i litorali dell’Isola. La diagnosi è netta: l’erosione costiera non è una calamità inevitabile, ma il risultato di scelte urbanistiche sbagliate che hanno alterato gli equilibri naturali delle coste. Per Legambiente parlare di “fatalità naturale” è un errore. Negli ultimi decenni la fascia costiera siciliana è stata progressivamente trasformata da edifici, strade, porti e infrastrutture costruiti spesso a ridosso della battigia. A questo si aggiunge la riduzione dei sedimenti trasportati dai fiumi, indispensabili per alimentare naturalmente le spiagge. Il risultato è una costa sempre più fragile e incapace di adattarsi all’erosione. In pratica, abbiamo costruito ovunque possibile. Ora il mare sta chiedendo… lo sfratto.
Milioni spesi per difendere le spiagge. Ma le spiagge continuano a sparire
Negli anni la risposta è stata quasi sempre la stessa: scogliere, barriere sommerse e massicciate. Interventi pensati per fermare il mare nell’immediato ma che, secondo il dossier, in molti casi hanno semplicemente trasferito il problema ai tratti di costa vicini. È il cosiddetto effetto “sottoflutto”: la sabbia trattenuta in un punto viene sottratta alle spiagge adiacenti, che iniziano così a erodersi ancora più velocemente. Una coperta troppo corta: tiri da una parte e scopri inevitabilmente l’altra. Uno dei casi simbolo riguarda Sant’Alessio Siculo, nel Messinese. Qui una barriera sommersa costata circa 32 milioni di euro avrebbe mostrato criticità già dopo le prime mareggiate, fino alla progressiva perdita dell’arenile che avrebbe dovuto proteggere. Un investimento enorme che, secondo Legambiente, dimostra i limiti di un approccio basato esclusivamente sulle opere rigide. Altro esempio citato nel dossier è Santa Teresa di Riva. Dopo la distruzione di un tratto del lungomare nel 2025, la ricostruzione è avvenuta nuovamente in prossimità della battigia. Poi è arrivato il ciclone Harry, nel gennaio 2026, rendendo necessari nuovi finanziamenti per ulteriori opere di difesa. Una situazione che, secondo l’associazione ambientalista, evidenzia un modello poco sostenibile: si ricostruisce nello stesso punto, il mare torna a colpire e si ricomincia da capo. Una sorta di abbonamento alle emergenze.
La costa ionica messinese: una città lunga decine di chilometri

Tra Taormina e Scaletta Zanclea, Legambiente descrive quella che definisce una vera e propria “città lineare”. Case, palazzi, attività commerciali e infrastrutture occupano quasi senza interruzioni la fascia compresa tra mare e montagna. Per difendere circa dieci chilometri di costa sarebbero stati investiti oltre 72 milioni di euro in opere di protezione. Il problema, secondo il dossier, è che si continua a difendere costruzioni sorte in aree naturalmente esposte all’erosione invece di ripensare la gestione dell’intero litorale. Non è casuale che il dossier sia stato presentato proprio a Capo d’Orlando. Qui si contano oltre 40 mila vani a fronte di circa 13 mila residenti, con una forte presenza di seconde case. Secondo Legambiente, la densità abitativa attuale è 2,3 volte superiore alla media nazionale dei comuni costieri italiani, mentre quella potenziale arriva addirittura a 6,5 volte la media nazionale. Numeri che raccontano una pressione urbanistica elevatissima e un territorio dove ogni spazio disponibile vicino al mare sembra essere stato considerato edificabile. La saturazione della fascia costiera produce conseguenze che vanno ben oltre il paesaggio.
Secondo Legambiente comporta:
- l’alterazione irreversibile degli ecosistemi costieri;
- l’aumento del rischio di erosione;
- la necessità di realizzare costose opere di difesa;
- un maggiore rischio di inquinamento delle acque di balneazione.
In sostanza, i costi ambientali ed economici vengono scaricati sull’intera collettività.
La proposta: smettere di combattere il mare
Per Legambiente serve un cambio di paradigma. L’associazione propone un grande piano di adattamento fondato su cinque punti:
- rispettare rigorosamente il vincolo dei 150 metri dalla battigia;
- arretrare, dove possibile, le opere più esposte;
- privilegiare interventi flessibili e reversibili rispetto alle grandi opere rigide;
- spostare verso l’interno la viabilità costiera quando le condizioni lo consentono;
- ripristinare il naturale trasporto dei sedimenti lungo i corsi d’acqua.
L’obiettivo non è “vincere la guerra contro il mare”, ma imparare a convivere con una costa che cambia. La vera sfida è cambiare prospettiva. L’erosione delle coste siciliane non è iniziata ieri e, secondo Legambiente, non può essere affrontata continuando a rincorrere le emergenze. Ogni nuova mareggiata, ogni barriera costruita in fretta e ogni lungomare ricostruito nello stesso identico punto rischiano di trasformarsi nell’ennesimo capitolo di una storia già vista. Il mare, del resto, ha una memoria lunghissima. E quando reclama lo spazio che gli apparteneva, difficilmente accetta compromessi. Forse è arrivato il momento di smettere di chiedergli di arretrare e iniziare, almeno qualche volta, a essere noi a fare un passo indietro.

