Ascolta Radio Amica ON LINE

Amica News

La Musica Intorno

La Sicilia promuove… ma non insegna? Un ragazzo su quattro arriva al diploma senza le competenze di base

La buona notizia c’è. La cattiva pure. E, come spesso accade quando si parla di scuola in Sicilia, le due finiscono per annullarsi a vicenda. Gli studenti che abbandonano i banchi prima del diploma sono diminuiti. Bene. Ma c’è un altro dato che fa decisamente meno festa: quasi un giovane siciliano su quattro conclude il percorso scolastico senza possedere le competenze essenziali in italiano e matematica. Insomma, si arriva al traguardo, ma con il serbatoio quasi vuoto. È il quadro che emerge dal Piano strategico regionale per il contrasto alla povertà educativa, elaborato sulla base dei dati Istat e Invalsi. Numeri che raccontano una Sicilia in lieve miglioramento, ma ancora saldamente all’ultimo posto in Italia per qualità dell’apprendimento.

Nel 2025 il tasso di dispersione scolastica esplicita, cioè quello degli studenti che lasciano la scuola prima del diploma, è sceso dal 15,2% al 13,7%. Un passo avanti, certo. Peccato che la media nazionale sia già all’8,2%. Tradotto: mentre il resto del Paese corre, la Sicilia cammina. E quando finalmente accelera, scopre che gli altri sono già parecchi chilometri più avanti. Dietro quei numeri ci sono famiglie in difficoltà, periferie dimenticate e ragazzi che troppo spesso vedono la scuola non come un ascensore sociale, ma come una scala mobile… che va nella direzione sbagliata.

Il vero allarme? Diplomati, ma impreparati

La vera emergenza, però, è quella che non si vede. Si chiama dispersione scolastica implicita ed è forse ancora più preoccupante dell’abbandono. Sono gli studenti che arrivano regolarmente al diploma, ma senza aver acquisito le competenze fondamentali. In pratica il pezzo di carta c’è, ma il contenuto rischia di essere sempre più leggero. Secondo le prove Invalsi 2025, in Sicilia questa situazione riguarda il 23,6% degli studenti: quasi uno su quattro. La media italiana è del 12,3%. Un divario enorme che pesa sul futuro universitario, lavorativo e sociale di migliaia di giovani. Le prove Invalsi parlano chiaro. Oltre la metà degli studenti siciliani non raggiunge livelli sufficienti in italiano. E la matematica continua a essere il vero incubo.

I dati sono impietosi:

  • 53,3% insufficiente in italiano;
  • 62,2% insufficiente in matematica.

Forse Pitagora avrebbe bisogno di qualche ripetizione. E anche Dante, a giudicare dalla comprensione del testo. Dietro la battuta resta una realtà poco divertente: competenze fragili significano meno opportunità, stipendi più bassi e maggiori difficoltà ad affrontare un mercato del lavoro sempre più competitivo. La povertà educativa nasce fuori dalla scuola. Il problema non comincia davanti alla lavagna. Comincia spesso molto prima. Il Piano regionale conferma ciò che sociologi e insegnanti ripetono da anni: rendimento scolastico e condizioni economiche delle famiglie camminano insieme. Nei quartieri più fragili, dove mancano servizi, spazi educativi e opportunità culturali, la scuola si trova a combattere una battaglia enorme con strumenti spesso insufficienti. A Palermo, aree come Ballarò, Kalsa, Capo e Vucciria rappresentano ancora oggi esempi emblematici di questo intreccio tra disagio sociale e povertà educativa. La povertà educativa non nasce alle superiori. Affonda le radici nella primissima infanzia. In Sicilia i posti negli asili nido restano largamente insufficienti e il tempo pieno nelle scuole primarie si ferma intorno al 13%, tra le percentuali più basse d’Italia. Meno ore a scuola significano meno occasioni di apprendimento, meno attività educative e meno supporto per le famiglie. In altre parole, si parte già con qualche metro di svantaggio.

Anche il numero dei giovani che non studiano e non lavorano diminuisce. Nel 2025 i Neet siciliani scendono dal 25,7% al 22,8%. Una buona notizia. Ma basta guardare la media nazionale, ferma al 13,3%, per capire che il problema resta enorme. Anche in questo caso, la Sicilia migliora… senza riuscire a smettere di essere ultima.

Arrivano 321 milioni: basteranno?

La Regione prova a cambiare rotta con un Piano strategico da 321 milioni di euro. L’obiettivo è rafforzare i servizi educativi, sostenere gli studenti più fragili, contrastare l’abbandono scolastico e creare una rete tra scuole, enti locali e terzo settore. Le risorse ci sono. La vera sfida sarà trasformarle in risultati concreti. Perché i finanziamenti possono costruire laboratori, finanziare progetti e migliorare le strutture. Le competenze, però, si costruiscono ogni giorno, dentro le aule. Il futuro della Sicilia si decide tra i banchi. La povertà educativa non è soltanto un problema della scuola. È un problema economico, sociale e perfino demografico. Ogni ragazzo che lascia gli studi o arriva al diploma senza gli strumenti necessari rappresenta un’occasione persa per tutta la comunità. Meno competenze significano meno innovazione, meno imprese competitive e più giovani costretti a cercare altrove quel futuro che qui faticano a immaginare. La Sicilia qualche segnale di miglioramento lo sta mostrando. Ma se vuole davvero cambiare classifica, non basta promuovere gli studenti. Occorre metterli nelle condizioni di imparare davvero.