La speranza a pagamento
C’è un gesto che attraversa la nostra epoca come un riflesso condizionato: grattare, scegliere numeri, affidare a una combinazione casuale l’idea di un riscatto. Non è solo gioco. È una richiesta d’aria. In una società impoverita economicamente, ma soprattutto culturalmente ed emotivamente, la lotteria diventa una lingua comune: breve, semplice, illusoria. Comprensibile a tutti.

Quando il lavoro non promette futuro, quando l’ascensore sociale è bloccato al piano terra, la speranza si sposta altrove. Non nella politica, che ha smesso di farsi credibile; non nella scuola, che fatica a essere percepita come leva; non nella cultura, ridotta a intrattenimento. Si sposta nel caso. Nel colpo. Nell’eccezione. La speranza, privata dei suoi luoghi naturali, viene esternalizzata e venduta a due euro.
Il biglietto non compra ricchezza: compra sollievo temporaneo. Compra il diritto di immaginare. Per qualche minuto, il futuro smette di essere una parete e diventa una porta socchiusa. È un anestetico gentile: non cura la ferita, la rende sopportabile. E questo spiega perché attecchisce soprattutto dove mancano alternative simboliche. Dove il racconto del “puoi farcela” è stato smentito troppe volte.
C’è poi un impoverimento più sottile, quello emotivo. La solitudine spinge a cercare rituali minimi che diano senso alle giornate. Grattare è un rito: ripetitivo, intimo, controllabile. Non chiede competenze, non espone al giudizio, non richiede attesa lunga. È l’opposto di un progetto. È immediato. È democratico. E proprio per questo è perfetto per una società stanca, che ha perso l’allenamento alla complessità.

Ma la cultura del caso ha un prezzo. Trasforma la speranza in evento, non in percorso. Sposta l’energia dall’impegno alla delega, dalla costruzione all’estrazione. Normalizza l’idea che la vita buona arrivi per grazia, non per diritto né per fatica condivisa. E mentre si moltiplicano le promesse luminose sui biglietti, si spegne il lessico della possibilità concreta: diritti, lavoro dignitoso, educazione, comunità.
Non si tratta di moralizzare il gesto di chi gioca. Sarebbe ingiusto e sterile. Si tratta di interrogare il contesto che rende quel gesto così necessario. Una società che offre speranza solo a pagamento è una società che ha smesso di distribuirla come bene comune. E quando la speranza diventa merce, chi è povero paga due volte: con i soldi e con l’illusione.
Forse la vera emergenza non è il gioco, ma il vuoto che lo rende attraente. Riempire quel vuoto non significa proibire, ma restituire futuro credibile: lavoro che non umilia, scuola che emancipa, cultura che non semplifica fino a svuotare, relazioni che non lasciano soli. Finché questo non accade, continueremo a grattare il presente sperando che sotto ci sia scritto “domani”.
E intanto, la speranza resta lì, in fila alla ricevitoria. A pagamento.


Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
