La strage senza fine
di Martina Caruso
Uccisa a colpi di pietra. Fermato il marito in fuga. I figli in auto: uno è morto, l’altra lotta tra la vita e la morte. La notizia arriva cruda, come un colpo allo stomaco. La cronaca è impietosa, eppure rischia di diventare routine: l’ennesimo femminicidio, l’ennesima strage che lascia dietro di sé macerie umane difficili persino da raccontare.
Sono oltre sessanta le donne uccise dall’inizio del 2025. Sessanta volti, sessanta storie, sessanta vite recise con la stessa violenza che la nostra società, troppo spesso, continua a guardare come se fosse un destino ineluttabile. Ma dietro ogni numero c’è un volto, c’è un nome, c’è il silenzio delle stanze vuote lasciate alle spalle.

Il dramma più grande è che, nella maggioranza dei casi, le vittime conoscevano bene il loro assassino. Mariti, compagni, fidanzati, ex: uomini che avrebbero dovuto essere porto sicuro, che invece si sono trasformati in carnefici. Tradimento del legame più intimo, trasformazione dell’amore in dominio, della fragilità in arma.
E dentro questa catena di sangue, troppo spesso ci sono i figli. Piccoli corpi che diventano scudi inconsapevoli, testimoni impotenti di violenze che lasceranno ferite invisibili ma incancellabili. Perché sopravvivere a un femminicidio non significa essere salvi: significa crescere con il peso di un dolore che non appartiene solo al passato, ma continua a farsi presente ogni giorno.
Il femminicidio non è mai un fatto privato. Non è una lite domestica. Non è la fatalità di una gelosia esplosa all’improvviso. È il frutto amaro di una cultura che ancora oggi accetta la disuguaglianza, che normalizza il possesso, che insegna più facilmente la paura che il rispetto.
Non possiamo più fermarci a contare. Non possiamo lasciare che ogni titolo sia solo l’eco dell’indignazione del momento. Fermare questa strage è responsabilità collettiva. Riguarda tutti: istituzioni, scuole, famiglie, comunità.
Eppure, come rompere il silenzio se tante donne hanno paura perfino di denunciare? Il terrore di non essere credute, di non essere protette, di venire giudicate pesa come una seconda condanna. Ogni esitazione diventa complice del carnefice. Ogni silenzio si trasforma in un assordante grido che resta inascoltato.
La domanda allora resta sospesa, dura, lancinante: quanto ancora dovremo indignarci prima di trasformare la rabbia in un cambiamento reale?
Perché ogni volta che un’altra donna muore, non muore solo lei: muore un pezzo di civiltà.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
