Le parole e il rumore
Una riflessione filosofica sul termine “femminicidio”

Negli ultimi giorni il termine “femminicidio” è tornato a incendiare il dibattito pubblico. Da una parte esponenti politici che ne contestano l’uso, dall’altra chi lo difende con forza. Come succede fin troppo spesso, la discussione si è trasformata in un attimo nell’ennesimo scontro tra tifoserie.
Ma forse vale la pena fare un passo indietro, fermarsi un momento e porsi una domanda apparentemente semplice: da dove nasce, davvero, questa parola?
Il termine non è venuto al mondo per indicare un generico omicidio in cui la vittima è di sesso femminile. È nato per dare un nome a un fenomeno preciso, profondo e doloroso: l’uccisione di una donna proprio in quanto donna, consumata all’interno di una cornice di possesso, controllo, dominio o totale negazione della sua libertà.
Si può certamente discutere sulla sua efficacia, sulla sua declinazione giuridica o sociologica, ma non si può fare finta che non abbia una storia. Le parole non compaiono mai per caso. Nascono quando una società, a un certo punto, sente il bisogno urgente di nominare qualcosa che prima restava invisibile, sommerso dal silenzio.
Eppure, guardando il dibattito di questi giorni, la sensazione è che il tema reale sia evaporato, sostituito dal rumore di fondo che lo circonda.
La filosofia e l’arte di diffidare del caos
La filosofia, in fondo, ci insegna proprio questo: a diffidare del rumore.
Già Platone distingueva nettamente tra la ricerca della verità e la pura arte della persuasione. Chi parla più forte non è quasi mai chi ha qualcosa di importante da dire. E chi lancia una provocazione, spesso, non ha nessuna intenzione di aprire una riflessione reale.
A volte lo scopo è molto più banale: prendersi la scena.
A questo proposito, si attribuisce spesso a Marilyn Monroe una frase che è diventata il mantra della comunicazione moderna:
“Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli.”
Che sia sua o meno, il principio funziona alla perfezione. La visibilità genera altra visibilità. Lo scandalo attira l’attenzione, la polemica si autoalimenta. E noi ci cadiamo dentro ogni volta.
Ecco perché, forse, la domanda più utile da farsi non è se sia il caso di indignarsi o di applaudire. La vera domanda è un’altra: a chi giova, davvero, la nostra indignazione?
Ogni volta che sprechiamo tutte le nostre energie a commentare la provocazione del giorno, rischiamo di perdere di vista la sostanza, il problema reale che quella stessa provocazione avrebbe dovuto illuminare.
La filosofia non ci chiede di scegliere immediatamente una fazione, di schierarci come allo stadio. Ci invita a fare qualcosa di più difficile: comprendere il meccanismo. Ci spinge a riconoscere quando una discussione nasce dal desiderio sincero di capire e quando, invece, è solo una strategia per occupare il centro del palco.
Le parole sono importanti, hanno un peso e un’anima. Ma è altrettanto importante non diventare prigionieri del rumore che viene costruito loro intorno.
Oggi più che mai, avere consapevolezza significa proprio questo: imparare a scegliere dove posare lo sguardo. Distinguere ciò che merita davvero la nostra attenzione da ciò che, al contrario, vive e si nutre soltanto della nostra reazione.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
