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Le Voci di Villa Aurora

Quando Marta Del Vecchio accettò l’incarico alla Clinica Villa Aurora, pensò di trovarvi solo un nuovo lavoro e un po’ di silenzio.
Era una struttura immersa tra boschi, a dieci chilometri dal primo paese. I corridoi profumavano di disinfettante e paura. Le finestre avevano le sbarre sottili, e la notte il vento entrava come un respiro lungo, capace di confondere i pensieri.

Al terzo piano, nel reparto di osservazione, c’era la stanza 27: nessun paziente vi rimaneva più di una settimana. Chi vi entrava, finiva per non parlare più.
Il primario la chiamava “la stanza dell’eco”.

Una notte, Marta rimase sola a turno. Stava ricontrollando i fascicoli quando sentì provenire dalla stanza 27 un ticchettio regolare.
Aprì la porta. Dentro, solo il letto disfatto e un vecchio registratore acceso. Premette play.
Una voce di uomo, calma, le parlava come se la conoscesse da sempre:

“Non ascoltarli. Qui dentro, non sei tu che osservi.”

Rimase immobile. La voce aveva un tono familiare, impossibile da confondere. Era Lorenzo, il collega che amava in silenzio, morto due anni prima in un incidente stradale.

Il nastro continuò:

“Mi hanno portato qui. Non come paziente. Come esperimento.”

Il cuore le tremò. Tornò in infermeria e controllò l’archivio. Il nome di Lorenzo compariva davvero, tra i ricoveri di quattro anni prima, firmato dal primario stesso.
Accanto alla diagnosi: “Disturbo percettivo acuto con dissociazione temporale.”

Marta cercò il primario. Ufficio vuoto. Solo un quaderno aperto, pieno di note a matita e un’unica frase ripetuta decine di volte:

“Le voci non appartengono ai vivi.”

Rientrò nella stanza 27. Il registratore era sparito.
Ma sul muro, con grafia incerta, c’era scritto:

“Lui ti aspetta nel padiglione est.”

Fuori, la notte si era fatta densa. Marta attraversò il corridoio con la torcia. Il padiglione est era chiuso da anni, murato dopo un incendio.
Rimosse un pannello di legno. Dentro, solo ombra e un profumo familiare: il dopobarba di Lorenzo.

Poi, la voce.

“Ti avevo detto che ci saremmo rivisti.”

La luce della torcia illuminò un volto riflesso in uno specchio rotto. Era il suo, ma negli occhi c’erano quelli di lui.
Il vetro tremò.

“Ora tocca a te restare. Io sono già fuori.”

Marta corse verso l’uscita. Tutte le porte erano chiuse. Ogni passo risuonava come un battito.
Quando arrivarono gli infermieri del turno mattutino, trovarono la stanza 27 in ordine perfetto.
Sul letto, un camice pulito, un taccuino e un’unica nota:

“Paziente nuova: Dott.ssa Marta Del Vecchio. Diagnosi in corso.